
Sul sacro
Il professor Galimberti sul settimanale di 'Repubblica' del 6 maggio 2006 risponde a una lettrice sui temi di Memoriale. Egli fa quello che farebbe chiunque venisse richiesto di un contributo 'a tema' su una singola voce. Avete presente quelle enciclopedie che anziché elencare in ordine alfabetico presentano decine di temi? Qui il professore fa esattamente quello che avrebbe fatto se un editore gli avesse domandato una cartella sulla parola (o sul concetto di) 'sacro'. Lo fa piuttosto bene, e tratta del tema in buona sintesi. Tuttavia, ripetendomi ancora una volta, se tutti avessimo sempre fatto in questo modo non saremmo mai arrivati a una liberazione. Operare in questo modo è come mettere in pratica pagine già lette, come operare sul cuore di un paziente con un libro in mano anziché con il ragionamento. Vediamo, dunque, dove le cose non reggono più.
Il
professore afferma che 'sacro'
è parola indoeuropea che significa 'separato'
e che la sacralità non è una condizione morale ma una
qualità inerente a ciò che ha relazione con potenze che
l'uomo avverte come superiori a sé. Sarebbe una dimensione
'altra' rispetto al mondo degli umani.
Va bene, questa è l'ordinaria spiegazione che vede gli umani serbare fin dall'antichità un concetto 'separato' dalle cose banali e profane, per rifarsi a ciò che trascende la condizione umana stessa. Su questo concetto del 'sacro' che trascende si basarono per secoli tutti gli esegeti, laici o consacrati che fossero. Ciò che trascende però non andava visto oltre l'atmosfera terrestre e cioè residente in mondi divini, ma proprio nella vita stessa. Ecco dove mancò per secoli la mente umana. Mantenendo quel concetto, avremmo sempre fatto prevalere i temi dei culti ufficiali poiché questi automaticamente si sarebbero innestati (e lo vedremo dalla fine di questo articolo) sulla tematica stessa. Seguendo le parole dei vari predicatori, avremmo visto cherubini 'annunciatori', madonne, arcangeli, vocazioni presunte, chiamate ecc. Nulla di tutto questo. La dimensione 'altra' rispetto al nostro mondo non significa pensare che 'lassù in alto' ci sia qualcuno a noi superiore, bensì concepire semplicemente spiegazioni degli accadimenti diverse da quella meccanicistica che ricostruisce in base al semplice contenuto osservato dai nostri sensi.
Il
professore prosegue reiterando il 'timor' umano davanti al sacro,
che convive con una sorta di eterna attrazione.
Certo. Essendo una dimensione 'altra', tutti ne siamo attratti e affascinati. Il dizionario stesso venne quasi sventrato, in epoca moderna, per ospitare suoni atti ad indicare queste cose. Apparvero il 'paranormale', la 'quinta dimensione', 'la extra-sensorialità', oltre all'eterna sensitività. da notare che tutti questi suoni ebbero un grande successo proprio quando cominciava lentamente a scemare la prospettiva divina e cristocentrica (come abbiamo spiegato, dalla seconda metà del secolo XIX°). Ecco dunque farsi strada una concezione di 'realtà separata' che pian piano erode la dimensione di un 'sacro' che ha perso le sue valenze, a causa della nostra evoluzione. Anche qui, difatti, le persone si mostravano al tempo stesso attirate e atterrite. Guardate al modo stesso di offrirsi dei clienti davanti al mago o al chiromante di turno. Essi sono sempre incuriositi e timorosi al tempo stesso, poiché intuiscono di consultare una realtà che non possono conoscere con i loro sensi e che perciò stesso li affascina fino al punto da intimorirli.
Il
professore invece sta ancora nell'alveo secolare delle religioni
usando proprio questa parola (religione) nel senso esclusivista di
're-lego', per ribadire l'idea del garantire nel sacro
accessibilità limitata e selezione. Egli dice che
l'umanità sentì queste cose prima ancora di concepire Dio.
Proprio così, ma la spiegazione porta esattamente alle nostre conclusioni. Il sacro fu sentito ancor prima del concetto di Dio, semplicemente perché Dio non è mai esistito (mentre il sacro sì). Il senso del sacro è esistito sempre, anzi possiamo dire che preesisteva alle civiltà dell'Oriente e dell'Occidente. Qui il primo atto è da situarsi in un tempo da noi lontanissimo, poiché il primissimo vibrar di cellule provenienti da una fecondazione - pure con cervelli ancora non sviluppati - dette comunque le sensazioni primigenie (che tutti ebbero) davanti alla potenza di un tuono, di un temporale, di un diluvio, di un disastro. L'idea agitata dal professore riguarda invece il contenuto propriamente 'religioso' in un senso di 'separato'. Questo concetto, che permea tutta la società fino a partorire la segnalata bipartizione tra laici (o atei) e consacrati (o credenti), è proprio ciò che dobbiamo sforzarci di allontanare da noi. Questo perché con il campo unificato della fisica sappiamo che non esiste più realtà separabile. Esiste sì una realtà che non conosciamo (e in questa risiede la massima parte di ciò che dobbiamo considerare sacro), ma non una realtà 'separata' in quel senso. Quindi chi, ancora oggi, nutre una forte sensibilità dello spirito impara a unificare e non più separare. Ecco dove Memoriale ha innestato un insegnamento nuovo e radicale rispetto al passato. Se qualcuno di voi continua a pensare di farsi sacerdote perché si sente 'chiamato' bara. In verità, sentirà delle pulsioni morali oppure un senso di diversità dalla massa. Ma queste cose sono sue, non appartengono in alcun modo alla realtà (che è unica). Scompare, dunque, il senso religioso poiché un forte richiamo verso lo spirito non è più un richiamo a una condizione separata.
Egli
poi ricorda la separazione non solo dei soggetti preposti
(sacerdoti) ma anche dei loro spazi, visti come recinto.
Beh, questo fu il mondo dei secoli passati. Il mondo dal quale ci siamo riscattati, nel corso del secolo XX°. Tra le cose più costruttive dell'ultimo secolo fu infatti il progresso della logica e delle scienze cosiddette 'sociali', che crearono - in contemporanea con la civiltà delle macchine - un giovane non più destinato a quei recinti ma un giovane destinato a riscoprire il proprio corpo. Quest'ultimo poteva anche consegnargli un recinto comunque (prigionie, repressioni, solitudine, emarginazione, mondi artificiali, droghe ecc.), ma questo recinto non sarebbe stato più quello religioso. Era proprio il recinto del sé, quello con cui quel singolo era nato e che vivendo avrebbe dovuto vivere sperimentandolo sulla propria persona. Questo concetto lo trovate in uno dei passaggi più rivoluzionari di Memoriale: il punto delle FAQ-fine del ciclo in cui al superiore del convento sostituisco Saturno o un altro pianeta. In quel passaggio dovrete ricostruire la vostra coscienza.
Egli
a questo punto sembra quasi capire di essersi arenato in un discorso
'vecchio' e così si allarga, affermando che del sacro si danno
anche letture antropologiche e psichiche.
Eccoci a un punto molto importante. Del sacro, il secolo XX° diede solo letture antropologiche e psichiche. L'ultimo secolo, tra i messaggi più radicali, ci comunicò che le cose dovevano ormai essere sentite come provenienti dalla psiche e dalla coscienza. Con Freud e gli altri, a prescindere dalla esattezza delle loro ricostruzioni, conquistammo la coscienza della psiche e i confini dell'interiorità. Quelli non avremmo mai più abbandonato. In sintesi: dopo Freud e le cattedre di psicologia non era più possibile pensare che l'uomo fosse altro da ciò che poteva essere ragionevolmente ricondotto a impulsi coscienti o incoscienti.
Egli
tuttavia precisa che a conoscere della follia non sono solo le
scienze cognitive ma anche la religione, che in epoca moderna avrebbe
posto le condizioni per edificare il cosmo della ragione.
Beh, no. La religione ha conosciuto della follia solo come meccanismo patologico e demoniaco da debellare con l'esorcista. Ancora oggi, in Vaticano bazzicano preti esorcisti e si tengono perfino dei corsi per sconfiggere il diavolo. Non scherziamo, qui. Questo è proprio uno degli universi di caduta delle religioni, che anziché imparare a conoscere i veri meccanismi della follia umana vollero impegnarsi a debellarla con la forza della morale e delle formule rituali.
Il
professore conclude affermando che se le religioni lasciano il sacro
alla solitudine dei singoli questi cercheranno rimedi nei farmaci o
nelle sette.
Questo può succedere ai deboli, e succede proprio perché da circa 90 anni le religioni non sono più tanto forti da imporsi socialmente agli individui. Se esse davvero dessero risposte o conoscessero gli individui, saprebbero che la follia o la solitudine derivano da cause precise e non dal diavolo. Quelle cause precise sono state studiate dai genetisti, dai biologi, dagli psichiatri, dagli astrologi. I sacerdoti non avrebbero mai potuto arrivarci.
Pagina del 7 maggio 2006, lievissime modifiche il 3 giugno 09