
Gli Stati sono senza religione
Da secoli noi leggiamo che uno Stato ha una certa religione come culto ufficiale. Cosa questo significhi è agevole intendere solo nel senso dei rapporti politici e delle relazioni tra diversi enti. Dovendo far riferimento alla menzionata 'autorità', in senso temporale e spirituale, sappiamo chi in quello Stato la detiene. Non sappiamo molto di più, affermando ad esempio che l'Islam è la religione ufficiale della Malesia e della Siria. Si tratterebbe ogni volta di stabilire relazioni con i singoli, una certa parte dei quali non avrebbe mai fatto ad esempio la shahada e dunque non si sarebbe mai dichiarato. In fondo, il rovesciamento del principio universale che vuole il divieto di discriminazioni in base alla religione è proprio la impossibilità di un obbligo. E da questo discende in fondo la inesistenza di uno Stato confessionale, in senso proprio.
FAQ - Ma non avevi detto che tra una persona che in buona fede ci crede e una che si dichiara in modo freddo senza partecipare è meglio la prima?
Certo, però ancora meglio di queste è colui che possieda una scienza superiore e con questa possa contrapporsi a un culto già esistente. Se noi pensiamo ad esempio a uno scienziato che mai abbia avuto tentazioni religiose e si sia conservato in salute fino alla tarda età diamo l'esempio di una persona molto più in alto nell'evoluzione.
Storicamente, parlare di 'religioni' significa parlare degli uomini che quelle hanno sostenuto, soprattutto del tipo di uomo o di donna che vi si dava. Mentre nei Cristiani il corredo genetico fu sempre immediatamente visibile (e oggi ancora lo è, basta guardare al viso di Ratzinger) per l'Islam e per i rabbini dell'Ebraismo la cosa fu sempre più sfumata e indistinguibile, proprio perché mancò la separazione antropologica che invece era un dato costante della Cristianità. In quest'ultima, tu vedevi un uomo e dicevi: "Quello non avrebbe potuto essere altro che un sacerdote". Altrove, non fu proprio così. Questo è anche un fattore che coincide con la fusione tra legge religiosa e civile tipica dell'Islam. Almeno in questo senso vedrete davvero una superiorità oggettiva di quel culto: la norma è unica, e non hanno da consultare un manuale separato da quello civile come può essere quello di diritto canonico.
Porre la questione nei termini appena descritti serve a capire che il culto è fatto di uomini che lo praticano, più che di norme scritte che lo regolino. Lo prova il fatto che se noi abolissimo quelle norme gli uomini continuerebbero a pregare o a rivolgersi alla Mecca. Segno che in loro è qualcosa di innato, che li segue e non ha bisogno del conforto della parola scritta. Da qui a fare un discorso sullo Stato vi è breve distanza, poiché tutti quanti dovremmo comporre uno Stato ma mai accadde che tutti quanti abbracciassimo quel culto che si diceva ufficiale. Se religione ufficiale di uno Stato è l'Islam, ma meno del 50% della popolazione rispetta il Ramadan è difficile catalogarlo ancora come Stato islamico. Se religione ufficiale dell'Italia è quella cattolica, ma i sacramenti vengono osservati da una minoranza della popolazione residente (dato, questo, ormai incontestabile) non potete più scrivere che religione ufficiale dello Stato è quella. Non vivendo di carte e di accordi politici, quella popolazione non è più cattolica. Lo fu? Ecco il problema che semmai dovremmo porre, perfino a coloro che la imposero. Un'analisi lucida e distaccata impone di riconsiderare il problema, nel senso di pensare che in passato fu ancora peggio. Quando infatti si crearono le premesse storiche per l'affermazione del culto monoteistico la cosa avvenne per un campione ancora più ristretto della popolazione (benché più influente, dal punto di vista culturale). Tuttavia si diceva così perché in giro non si vedeva altro che quel culto. Se voi in giro vedeste solo computer con Windows cosa direste? Direste che la Terra è Microsoft-dipendente. Lo stesso accadeva in un secolo medioevale, quando l'Islam conquistò l'Africa e molta parte dell'Asia arrivando perfino in Sicilia e in Spagna. Chi doveva scrivere vedeva quei simboli e sentiva quelle formule. Diceva allora: "Qui c'è l'Islam". Se altro culto, fuori da quello della Messa cristiana e dell'Islam, non c'era era normale scrivere che religione ufficiale di quel territorio era una delle due con una parte (ad esempio, 25%) dedita all'altra. Oggi non è più così, in molte zone della Terra attraversate in apparenza da questa unicità di culto. Molti giovani si dirigono verso lo studio di altre cose, magari rispettando la tradizione.
Possiamo dunque dire che è tramontata anche l'idea che uno Stato debba avere necessariamente un culto ufficiale. Mentre uno Stato ha un presidente della Repubblica e un primo ministro (che nemmeno loro sono in realtà 'autorità' nel vero senso della parola), in tanti casi non ha un'autorità spirituale rappresentata dal Vescovo principale del luogo (protestante o cristiano che sia). Quel che succede è solo il fatto che in seguito a un attentato il papa della Chiesa romana manderà un messaggio all'inviato del luogo, ma è un po' poco (una persona che comunica con un'altra) per dire che anche in quello Stato esiste il culto cattolico. Quando poi vi ponete davanti alla Chiesa, vi rincrescerà constatare la presenza di appena 13 persone all'ultimo rito delle 11 del mattino. E tornando a casa, non penserete certo che quelle persone abbiano (avuto) qualcosa in più di quelle che alla Messa non si sono recate. Questo significa che la nostra vita spirituale non si svolge più in quei luoghi e non contiene più quelle formule. E' tutt'altra cosa.
Se è tutt'altra cosa, scompare anche la convinzione che lo Stato in quanto comunità sia quello che dicono i libri. Lo Stato-comunità è quello che sono gli individui, considerati uno per uno. Ebbene, considerando uno per uno gli individui che risiedono a Bologna io trovo oggi che quasi nessuno è cristiano. Essi guardano alla cristianità più che altro come si guarda a un dato iscritto in un libro che parla del passato. Allora, dire ancora che religione ufficiale dello Stato è una tradizione non più osservata dalla maggioranza dei cittadini non è possibile. Lentamente quello Stato si adatta a una nuova realtà, che è quella di tanti residenti che non osservano più le pratiche e i riti originari di quel culto. Se lo fa il 18% della popolazione di un comune, non possiamo dire che quel comune abbia un culto ufficiale (benché politicamente possa risultare così, per via delle relazioni tra diverse organizzazioni).
Quante volte, passandovi davanti, voi avete trovato che quella Chiesa era chiusa? Tante. Pensate che camminando in alcune città canadesi io ho trovato chiese rigorosamente chiuse per giorni interi. Allora, vi pare che si possa dire qualcosa di attuale se nemmeno i luoghi risultano accessibili o se il pastore del luogo celebra nello spazio di sette giorni appena due funzioni di mezz'ora? Prima o poi si ha pure da verificare i numeri, e questi dicono che le chiese sotto l'età dei 40 anni non registrano più presenze significative. Fate da bravi: chi compila annuari politici e manuali da consultare cominci a scrivere la verità. La popolazione del luogo non è più appartenente a quel culto. Ma non potete naturalmente scrivere questo, con l'avverbio (il 'no more' inglese). Al momento di inserire la solita nota sul culto ufficiale, non ci penserete nemmeno e non la inserirete più.
Pagina del 16 ottobre 2006