
Scambiare l'oggetto-persona per un altro
Io so che tu sai che io so, trasmesso ieri pomeriggio su Retequattro, è un film di Alberto Sordi dei primi anni '80. Nei contenuti porta in sé tutto il peso dei drammi borghesi di molte famiglie dell'epoca, ma la storia deve qualcosa anche alla grande presenza dei due attori protagonisti. Fabio Bonetti è un impiegato di banca, sposato a Livia. Le giornate scorrerebbero come quelle di tante altre famiglie se la moglie di un ricco finanziere che abita nello stesso palazzo non prestasse a Livia la sua automobile. Un'agenzia di investigazioni, incaricata di pedinamento, seguirà l'automobile pensando di filmare la vita della signora mentre - non sapendo di quel prestito - in realtà prenderà tutto il video e l'audio della vita di Livia, nel corso di alcune settimane. Quando Fabio lo apprende, la curiosità lo spingerà a visionare il tutto - che ha sottratto alla moglie, che l'aveva nascosto in cantina - nella sua seconda casa di campagna, di nascosto dalla moglie. E le sorprese, sconvolgenti, saranno tante.
Il titolo, nato probabilmente per indicare la condizione del marito rispetto a una moglie che non osa dirgli di aver capito, rende molto bene il singolare colpo di scena che diventa la chiave del film: scoprire di nascosto cosa ha fatto il coniuge, e apprendere in questo modo di cose e dettagli (perfino di se stessi) che mai si sarebbero nemmeno sospettati. La pellicola contiene anche temi oggi usuali, tra i quali appunto la legittimità dell'intercettazione della vita altrui. Sordi sembra anticiparmi quando, avendo scoperto dello scambio, inizialmente ne sorride e per conferma chiede alla moglie se abbia qualcosa da nascondere. Eccoci tornati allo stesso tema di quei giovani bagnanti che, intervistati sulla facilità di intercettazioni, dichiaravano quest'estate che la cosa non li disturba perché non hanno niente da nascondere. Questo film, che pure dava nei dialoghi la medesima risposta qualunquistica, sembrerebbe smentire in anticipo quei giovani del sondaggio. Il suo messaggio sarebbe infatti l'amara constatazione che perfino nella vita di un nucleo medio-borghese è impossibile che non ci sia qualcosa da nascondere. E i risultati, qui catastrofici quanto ad amare scoperte, sembrano proprio elevare al massimo abominio perfino la semplice investigazione con pedinamento che da sempre mariti o mogli afflitti da gelosia ordinavano alle agenzie. Messaggio confermato del resto dal finale rosa della coppia, convinta che un tradimento coniugale (una delle tante sorprese del film) sia veramente un'inezia se confrontato a problemi come l'inflazione, la mancanza di lavoro, la fame nel mondo. L'obiettivo si allontanerà, sfumando sui titoli di coda (mozzati come sempre... comunico la mia rabbia ai responsabili delle varie emittenti, che hanno la brutta mania di interrompere la visione del film quando iniziano a scorrere quei titoli: essi fanno parte integrante dei film, e sono molte le persone che desiderano conoscere il cast e la scheda completa del film).
L'ottimo Io so che tu sai che io so è molto più che una commedia, e i suoi meriti - oggi ben più evidenti di allora - sono superiori a quelli che una visione distratta del 1982 avrebbe suggerito. La chiave del film sta tutta nello scambio di una persona con un'altra. Gli investigatori credono di pedinare una persona e invece quella che pedinano è un'altra. A parte le consguenze, converrebbe fermare la nostra attenzione su questo evento. Esso porta una serie di azioni verso un oggetto diverso da quello che si crede. Per l'agenzia, l'affare diventa privo di senso poiché si riferirebbe a un uomo azioni che non sono quelle della vera moglie. Per le due famiglie, l'affare invece diventa letteralmente mortale (attenzione, guardate anche qui il 1982 con tutti i suoi valori: Sordi porterà anche una pistola alla tempia, per farla finita). Ciò che interessa di più, se facciamo astrazione dal fatto del cinema e dalla trama del film, è proprio lo scambio. Per tanti secoli, gli uomini credettero di avere come soggetto della ricerca o della vita sprituale un'entità immaginaria a cui si attribuirono molte doti. Se avessero avuto idea dello scambio, avrebbero dovuto convertire l'idea dello spirito in un'altra. Non essendo stato fatto, questo è l'obiettivo che ancora resta oggi. Trovata infatti la formula (vera definizione, sostituita da un'idea corrotta e volgarizzata) occorre ora completarla con una diversa considerazione di tutto il fenomeno. Questo è ciò che si domanderebbe a tutti coloro che davvero vorranno affrontare una conversione personale. Credevi di riferirti a quello e invece - con quella parola - indicavi un altro oggetto. Ma non lo sapevi. L'inganno, quando è voluto e realizzato, diventa l'usuale frode di chi lo sa fare. Quando non è voluto, resta solo una trappola del pensiero in cui cadono tutti quelli che menzionano la cosa. Trappola collettiva, per tutto il genere umano, fu quella di aver creduto che esistesse qualcosa che solo la fede avrebbe tenuto in piedi. Mai fare questo, perché allora la credenza coincide solo con l'ipotesi di partenza. Credi solo a un'ipotesi? Così avremmo chiesto, sempre con la logica odierna.
Lo scambio di concetti, che nelle lingue di oggi non esiste più, aveva vivecersa probabilità di realizzarsi in epoche in cui le lingue (quelle poche esistenti) erano ancora in formazione. Allora non poteva essere come oggi. Domani una parola circolerà stabilendo, tra bocche e media, milioni di contatti. Venticinque secoli fa, era tutto in quantità veramente modica. Erano pochi gli abitanti di ciascun territorio, erano poche le parole, erano pochi i concetti a cui gli uomini potevano arrivare. Una parola immessa in circolo arrivava immediatamente alla letteratura dei pochi di allora, ma gli altri pochi che la emettevano oralmente che ne sapevano? Sarebbe illusorio pensare che prima di Gesù esistesse realmente una teologia ricca e articolata come quella della Scolastica e della Patristica. Sarebbe vano credere che gli Ebrei che pregavano, prima di allora, fossero in grado di fare ragionamenti. Sulla Terra erano radure, cieli puliti, acque purissime, scarsa presenza umana. I cervelli si muovevano con grande lentezza, così come i corpi che animavano.
La differenza tra concetti e persone non è molto grande, perché con la legge divina noi scambiammo pur sempre un oggetto che poteva definirsi persona (e quale!). Entrambe le categorie coinvolte in uno scambio (persone e concetti) beneficiano sempre della possibile utilità che lo scambio potrebbe realizzare, almeno in teoria. Così, gli ex-fedeli - nella persistente resistenza ad accettare la conversione da me proposta - mi faranno sapere probabilmente che per loro le conseguenze di quel disastro non sono state poi così negative. Più d'una persona (tra quelle che mi odierebbero per la mia azione) guarderebbe male proprio al fatto che la mia scoperta abbia negato a tante persone una cosa bella come può essere la fede in un Essere soprannaturale che ha creato il mondo. Sappiate subito che io risponderei sempre allo stesso modo: se l'oggetto non esiste, godere della fiducia in esso non è possibile e prima o poi - sebbene la cosa possa procurare conforto - l'inganno verrà rifiutato da uomini maturati con l'evoluzione stessa. Non così, naturalmente, si ragiona negli stretti spazi del presente. Se nel giro di pochi attimi ci troviamo invischiati in un meccanismo di scambio, è improbabile che si trovi il tempo sufficiente per prevenirlo. Lo scambio di persone può verificarsi perfino con l'avallo del nostro incosciente, che in certe condizioni lo accetta come un evento del reale e del presente. Questo vediamo nella Sandra Bullock del While You Were Sleeping, film di Jon Turteltaub trasmesso mercoledì dalla nostra Raidue. Nel film che la lanciò, l'attrice americana (per caso: Demi Moore aveva chiesto troppo denaro, e così spuntò alla fine questa trentenne poco conosciuta) è un'impiegata della metropolitana di Chicago che salva la vita a un giovane. Quando si presenta in ospedale viene scambiata inizialmente per la sua fidanzata, e gli eventi la portano a stare al gioco. Evento che diverrà talmente decisivo da unire alla fine la giovane al fratello dell'uomo salvato. Il messaggio sottostante, non meno importante, ricorda a tutti che da cosa può nascere cosa e magari si può trovare il compagno della propria vita nel modo che meno si immaginerebbe. Qui lo scambio si fa 'necessità di vita' e la vita stessa sembra premiare la protagonista di un'azione così meritoria. Siamo dunque lontani da effetti prolungati e deleteri di uno scambio classico. Del film, mi piace ricordare la scena finale delle nozze convenute davanti al sacerdote. A quel punto, mentre tutti sono ancora persuasi di vedere la giovane sposarsi al giovane ancora degente in ospedale avviene la grande rivelazione. E il modo è geniale. Il regista fa rivolgere la protagonista ai futuri suoceri e le fa dire: "Io sono innamorata di vostro figlio". Quelli, che lo sanno, dicono: "Beh, lo sapevamo già". Lei replica: "Sì, ma non di quello". E lo sguardo di tutti i presenti, ammutoliti, cade sull'altro.
Pagina pubblicata il 9 settembre 2006