
Perché vi siamo già
NON S'EBBERO PIU' ETICHETTE. Vi fu un tempo, appena 70/80 anni fa, in cui i musicisti vivevano ancora il 'trip' della composizione e quando essa usciva anche in partitura (pensiamo a un Salmo o a un Magnificat di Petrassi) ritenevano di aver contribuito con un loro tassello al cammino della cultura del loro tempo. Chi poteva ascoltarli e parlarne poneva loro e la loro opera in una delle tante caselle permesse dal dizionario: dodecafonia, musica seriale, arte cinetica, arte povera. E chi avrebbe letto imparava che quella era ciò che il linguaggio stesso permetteva. Riempite centinaia e poi migliaia di caselle, a un certo punto gli uomini si trovarono a corto di definizioni e allo stesso tempo montava un forte dubbio se di esse ci fosse ancora bisogno.
Dopo il free jazz, nulla fu più trovato a parte la generica fusion. Chi aveva inserito chitarra elettrificata e percussioni lo disse rock-jazz ma era come se dicesse "Facciamo anche questa esperienza". Poi, gli artisti del jazz vennero chiamati per il loro specifico e così Dizzy Gillespie avrebbe suonato Dizzy Gillespie. Tanti altri avrebbero semplicemente eseguito assoli e improvvisazioni alla loro maniera, raccordandosi ad altri strumentisti, in occasioni chiamate (jam-)sessions. 'Jazz' rimase una sorta di capostipite, come il diritto romano per il diritto occidentale che ne seguì. Sull'altro versante, l'espressione 'musica contemporanea' campeggia su repertori e locandine per tutta la seconda metà del secolo XX. In questo caso, la lingua chiudeva un occhio sul fatto che si desse una qualificazione a un semplice 'musica eseguita o suonata nello stesso momento'. Questo era in precedenza il significato, e forse estendere un aggettivo di semplice simultaneità a un'intera categoria fu l'ultimo grido disperato di una cultura che aveva esaurito le etichette. A quel punto gli osservatori più avanzati - su questo territorio infido e precario - cominciarono a dire che tutto ciò che spezzava la routine era qualcosa che faceva scandalo. Quando John Cage pigiava i tasti di un pianoforte preparato, a intervalli di tempo, s'era già a fine anni '50 e la sensazione degli addetti ai lavori era che il prodotto esistesse solo in quanto se ne parlava. Per capire cosa fosse, sarebbe stato necessario leggere note di presentazione sui dépliants illustrativi del concerto oppure reperire rari documenti del compositore stesso in cui fosse annunciato quello che si faceva.
NESSUNO TROVO' PIU' UN PIANO PARALLELO. Il pubblico non visse mai una vera e propria avventura di recezione della musica contemporanea. In questo senso, sarebbe bene dire che il secolo XX° separò definitivamente la contemporaneità dalla composizione. La seconda sopravviveva - incompresa e in esaurimento di definizione - mentre la prima vedeva nient'altro che esecuzione di brani del secolo precedente. Tutto il secolo XX°, affinando la tecnologia di riproduzione del suono fino alla stereofonia, provvedeva a farci sentire in tante edizioni le musiche del secolo XIX°. I repertori 'live' fecero diventare famose le sinfonie degli ultimi romantici, giustificarono una fama postuma di Bruckner, portarono in giro il nome di Mahler. Gli ultimi autori le cui opere attraversa(ro)no un piano parallelo a quello della musica (cosa che era normale in epoche precedenti, 1700 o 1800) furono proprio Mahler e Stravinski. Di entrambi vennero scritti ancora saggi 'non di musica', di entrambi si lessero ancora citazioni su quel piano parallelo con aneddoti e incontri 'umani'. Dopo di loro, la fine. E sì che di molti si pensò, nella loro giovine età, a un'influenza profonda nella cultura del loro tempo. Di Berio solo elogi, sebbene freddi, per almeno 20 anni. Di Boulez scrissero entusiasti. Di Stockhausen (unico a far girare veramente il suo nome) uscì da subito una vasta saggistica. Ma nemmeno questi hanno superato l'esame del tempo. Non stupiranno, allora, alcune mie note scritte in occasione degli obituaries. Un conto sarebbe stato scriverle nel 1960, epoca in cui soltanto tre teatri italiani avevano avuto repliche del Wozzeck di Berg e nonostante tutto (o forse proprio per questo) l'entusiasmo di chi seguiva era intatto. Un altro è scriverle oggi, epoca in cui un Cd o una cassetta vanno dappertutto.
LA MUSICA LEGGERA SPEZZO' LE BARRIERE. La musica fu un eccellente propulsore per le arti in generale, finché non esisteva 'musica leggera'. Letterati e pittori incontravano i compositori come rappresentanti di un'alta concezione in mezzo a noi e cercavano perfino di averne insegnamento. La presenza di strumenti riservati alle accademie e ai Conservatori garantiva alla composizione stessa un suo territorio a parte, poiché chi diventava compositore o musicista era davvero chi aveva studiato da giovane ed era stato in qualche modo avviato con iniziazione. La musica jazz, negli anni '20 e '30, fu la prima a rompere la barriera: chi la suonava veniva spesso dalla strada, e altrettanto spesso nella strada rimaneva. Il rock'n'roll, negli anni '50, fece perfino peggio: non esistendo scuole e insegnanti ufficiali, diede l'entrata a migliaia di giovani che si mettevano assieme urlando e incidendo su vinile. Fu cosa nuova poi possedere in grande abbondanza strumenti che riproducessero immediatamente quello che si suonava in studio (grammofoni, juke-box e via continuando) e così l'altra musica anziché essere la musica (come era nel 1800) divenne 'musica colta'. Con tanta facilità a disposizione, iscriversi al Conservatorio era per un giovane un'esperienza non più artistica ma 'colta'. Perché a dar retta agli istinti, non lo avrebbe fatto: se aveva voce avrebbe cantato (il blues, i gospel erano negli Stati Uniti pane quotidiano), se sapeva strimpellare avrebbe urlacchiato dei motivetti rock, se voleva esercitare l'ugola avrebbe fatto il 'crooner' (riuscendo magari a fare anche soldi). Dai primi anni '60, il rock divenne la musica più presente e più riprodotta. Il risultato fu la popolarità di quel vasto 'mare magnum' che chiamiamo musica leggera, e contemporaneamente la perdita di quel primato e di quella centralità nella cultura per la musica tout court. L'abbondanza, testimoniata da un fiorente mercato discografico in tutto il mondo, rese facile e a portata di mano per tutti un fenomeno che in passato proprio per la sua riserva a pochi veniva considerato 'd'élite' e dunque protetto. La musica, tra fine anni '50 e inizio anni '60, si fuse con l'etere stesso abitando le varie epoche dell'anno e l'intero ambiente grazie alla Tv e al cinema. L'integrazione tra audio e video fece scomparire la necessità di divenire (o di incontrare) qualcuno: avevi già tutto a portata di mano.
Ecco dove anche le biografie cominciarono a indebolirsi. Proiettata sul palcoscenico o sull'etere una grandissima rappresentanza sociale, vennero a mancare punti di riferimento per selezionare. Comparire nei film - dapprima in qualità di comparsa, poi se avevi protettori come attore - dava visibilità e fama, ma realizzarne era alla portata di tutti. Far parte di un gruppo rock - come chitarrista, o come cantante se avevi voce - dava presenza e chiacchiera giovanile, ma farlo era alla portata di tutti (per lo più, avveniva mediante inserzione su un giornale). I figli del boom popolavano come funghi città che ancora all'inizio del Novecento arrivavano a malapena alle 200 o 300.000 presenze. Divenute 'casa' di milioni di persone, diedero necessariamente musica in quantità industriale. Noi conosciamo le realtà americane e britannica solo perché la lingua inglese le favorì. Ma non sappiamo magari che Bordeaux, Valencia e soprattutto Napoli facevano ora suonare una grande quantità di musica e in queste cifre era normale che gran parte delle persone che la suonava non sapessero nemmeno imbastire un discorso. Ma nell'era della musica leggera, di piano parallelo non ci fu più bisogno. Di ciascuno (di quelli che ebbero fama e contratti) si scrisse da sempre anche una discreta quantità di libri anche se restarono discretamente ignoranti per tutta la vita.
LE CITAZIONI. Nella Nuova Era siamo già, perché tutto sembra essere stato smarrito. Del passato restano tutti i documenti, ma nessun uomo vive più come si viveva prima. E nel frattempo non riesci ad evitare di citare, sia che scrivi sia che suoni. Allora, in quest'altro mare, ecco un dubbio molto forte: sarà davvero in credito un autore che viene poco citato? Siete sicuri che avere viceversa grande presenza dappertutto sia ancora una cosa da inseguire? Io non credo che avere sui motori di ricerca della rete 4 milioni di pagine su se stessi sia necessariamente una fortuna. E poi un altro problema: dove trovare un maestro? Sarà salutare cercarlo sempre in coloro che hanno già un nome?
Da
Memoriale abbiamo appreso che furono prima il 1967 e poi il 1971 a
introdurre il gusto delle citazioni. Ma anche qui il mare che si
aprì non consentiva punti di riferimento. Le citazioni furono
apprezzabili quando se ne faceva poche, e si facevano perché
spontaneamente venivano alla mente. Un'epoca che addirittura manda in
libreria un grande elenco come 'Il libro delle citazioni' è
come se non le conoscesse più, perché anziché
curarsene venti (che sarebbero quelle di una persona o quelle di una
vita) se ne hanno a disposizione 10.000. Addirittura, andrai un
giorno su due parole e di queste un motore di ricerca ti
presenterà 38 combinazioni. Ecco dove si annulla l'esperienza
della vita per 'quel che accade' e dunque anche le biografie
diventano oggetto consumistico e commerciale. Vita personale non ce n'è più,
poiché il tempo raccoglie e colleziona
puttosto che viverne. Dunque,
era normale concludere che la grande abbondanza di mezzi e supporti
avrebbe pian piano annullato le piccole cose, il gusto della scoperta
personale, l'emersione di desideri, la personale recezione frammista
a sofferenza, il gusto del nomadismo senza carriera, insomma - detto
in due parole - la vita artistica. E che si coltivassero ancora amicizie,
non basta. Quali sarebbero state quelle privilegiate? Questo, gli anni più recenti, non lo dissero mai. S'inserivano
in un giro: questo fu l'evento più ricercato, e andava
di pari passo con l'assegnazione di nuove correnti e di etichette. Il giovane
che desiderava pubblicare opere sue avrebbe incontrato autori di una
certa età per averne anche dei vantaggi, compreso quello di
far muovere lui stesso un po' di citazioni e di articoli.
Pian
piano, tuttavia, venne persa la proprietà delle cose. Un po'
per l'abbondanza un po' per la fine delle definizioni, ciò che
era proprio di un autore s'incrociò con ciò che era
proprio di un altro. Come capita oggi ad alcuni brani musicali, che
hanno note simili ad altri.
Ne La settimana della sfinge, film di
Luchetti trasmesso la notte scorsa da Retequattro, una Margherita Buy
di tanti anni fa terminava dicendo a se stessa: "Chi ha
amato molto amerà sempre molto. Lo dice un proverbio curdo. Ma
sarà vero? E sarà curdo?". Ecco
l'impossibilità di orizzontarsi, dovuta proprio all'incipiente
e devastante abbondanza che propone tutti senza riuscire a proporre
alcuno. Se in giro esistono in una sola nazione 20.000 gruppi che
suonano 'pop music' il rammarico sarà semmai di non arrivare a
conoscerne di interessanti. In quel film, prima che arrivino i titoli
di coda, la protagonista s'infila in un antro buio inseguendo voci di
bambini. Il film
rappresenta vari spezzoni di vita ripresi qui e là. La tela
della vita viene ricostruita, nel vagare della protagonista, da
semplici frasi che la interpretano (la vita). Ma nessuno dei
protagonisti del film sembra abbia un ruolo preciso, nella vita sua e
in quella degli altri. E così la storia tocca ogni tanto un
estremo di drammaticità. Come nel caso in cui la giovane
accelera la sua auto e guida senza costrutto. Quando il compagno
riesce a fermarla, dopo aver rischiato l'incidente, lei gli dice
cosciente: "Volevo che morissimo insieme".
Pagina pubblicata il 21 agosto 2006, ultime modifiche il 19 aprile 2010