
Quando si passa dall'una all'altra
Nacqui un venerdì a mezzanotte, nella contea di Suffolk. Cosà comincia uno dei romanzi più noti di Dickens. E se il lettore comune si trova davanti a questa frase già non sa se ascriverla al reale o all'irreale. Essendo dovuta alla mente e alla penna di un narratore, è un evento che non fa parte della realtà. Eppure la stessa frase, detta da un signore nato in quelle circostanze 40 anni prima, è realtà. Questa premessa serve a dirci che la lingua, da sola, non ci dice se siamo nell'uno o nell'altro territorio. Perfino chi riporta di un evento, se scherzasse, non farebbe parte del reale. Dovremmo insomma sapere prima se una serie di parole viene emessa con intenzioni serie o no.
La gente oggi ha smarrito le coordinate proprio perché non sa più trovare un confine. Dopo un secolo che ha ridotto la verità a una semplice caratteristica della frase, nessuno crede a qualcosa di molto importante. Nei comuni il tempo scorre in giochi di carte o in chiacchiere ai tavolini dei bar. Nelle case ciascuno si gingilla su uno degli apparecchi più avanzati nella tecnologia. Per le strade, nemmeno chi cammina senza compagnia (uno degli atteggiamenti più incontaminati) capisce se è immerso nella realtà o se è strumento di forze oscure. Alla fine, c'è perfino chi arriva a conclusioni amare pensando che la vita sia un gioco o uno scherzo. Se non fosse stato per queste pagine, molti avrebbero continuato a pensare che Dio esisteva a patto di crederci. L'ulteriore conferma di una mancanza totale di guida. Soprattutto, ragionare sulla lingua sarebbe rimasto improduttivo. Sembra strano, eppure l'italiano e lo spagnolo possiedono la stessa parola per il re e la realtà, quando definiscono una cosa 'reale'. Un palazzo reale è la residenza del re ma anche un palazzo che esiste contrapposto a uno solo 'apparente' quale quello di un miraggio o di un sogno. Da questo troviamo la prima conclusione.
Realtà è ciò che un uomo in stato di veglia concepisce come facente parte dell'universo alla portata dei suoi sensi; Fiction è ciò che un uomo rappresenta a sé solo come possibile oppure immaginario in circostanze in cui la mente non opera nello stato di veglia cosciente.
Perché un film cinematografico viene considerato 'fiction' e uno ripreso con la vostra videocamera nel vostro salone di casa no? Ecco una domanda che comincia a impegnare le menti. E io ad esse dò tempo per una prima riflessione.
Erano le 19.37 del 9 luglio 2010
La risposta non è difficile. Per 'fiction' noi intendiamo 'produzione letteraria o filmico-narrativa derivante dalla nostra immaginazione'. E così se io faccio avvinghiare sessualmente due persone e poi le faccio discorrere su argomenti che esse recitano per due ore dopo averli studiati a memoria (Nove settimane e mezzo, e tanti altri) sto girando una fiction. Se riprendo con la videocamera per un'ora il mio gatto che gioca sul mio divano la cosa, non scaturendo dalla mia immaginazione, è un reality. Un film dunque è fiction quando l'oggetto è stato già preparato e viene recitato. Rappresentazione del reale, anziché il reale stesso.
Mai se ne parlò, fino a un certo punto. Se l'attore era molto bravo dicevamo che il suo 'lavoro' sfiorava la realtà. Sembrava che non stesse nemmeno recitando. Qui già notiamo una vicinanza di confine, che rende interessante la cosa. Se chi recita una parte lo fa in maniera molto credibile e verosimile chi lo guarda trova che la fiction si avvicini molto alla realtà. Viceversa? In direzione inversa, noi usiamo vedere un episodio di vita avvicinarsi alla 'fiction' quando esso ha dei connotati grotteschi oppure la mente raffigura a sé entrambi i territori e ambiguamente sguazza tra l'uno e l'altro (caso tipico del programma Scherzi a parte). Parliamo dunque di un universo che con gli anni è diventato talmente complesso da esigere una ridefinizione attenta, insieme con un nuovo esame della situazione. E' quello che mi accingo a fare. Qui erano le 20.07.
Tutto cambia dopo che viene inventata la cinematografia. Prima erano solo immagini in movimento. Nel secolo XX° diventano 'immagini in movimento riprese da una telecamera'. Un nuovo protagonista, come avvenuto in precedenza per la fotografia, formava la stessa sequenza della vita reale su un supporto separato. In precedenza, l'unico supporto separato era la memoria visiva di chi guardava. Con la telecamera una seconda memoria diventava testimone della vita. Ma stavolta più preciso e oggettivo. Quello che appunto notiamo quando le immagini al ralenty mostrano nuovamente gli spezzoni di una partita di calcio. Un conto è quello che ricorda il signor Rossi, che era in tribuna a guardare come spettatore. Un altro è quello che la telecamera ha fissato. Questo nei documentari. Ma il cinema, affiancandosi alla letteratura, divenne anche 'riproduzione recitata della vita stessa' e questa narrazione prese il nome di fiction. Ma vi stupirete di apprendere che questo in pratica è accaduto solo negli anni '80. In precedenza non si diceva. Cerchiamo di spiegare il motivo. Finché il cinema era solo quello che vedevamo nelle sale e alla Tv, era ovvio che quella fosse 'finzione' cinematografica. Talmente ovvio che non si usava nemmeno dirlo. Ecco perché il termine fiction in realtà è un falso amico della finzione. Chi nel 1950 fingeva era un simulatore, talvolta anche un imbroglione. I confini erano più chiari e netti, perché la cinematografia era molto separata dalla vita (un attore come Clark Gable veniva visto come un 'mito' molto più di un Sean Penn di oggi). E così se io 60 anni fa avessi detto che una mia amica non finge mai, questa sarebbe stata felice e lo avrebbe preso per un bel complimento. Ieri sera, 60 anni dopo, Sharon sarebbe rimasta invece non interamente soddisfatta. Perché? Nel frattempo, i confini essendosi avvicinati (e trovando tutti abbastanza facile recitare anche vivendo) hanno reso poco desiderabile restare rigidamente nell'uno o nell'altro territorio. Sharon istintivamente pensava: "Ma io sono capace anche di fingere!"
Qui notiamo come una indistinzione tra i due campi (fiction, vita) viene accettata come normale, al punto che una distinzione netta sembrerebbe sinonimo di 'limitazione'.
Siamo alle 20.44
FAQ. E perché siamo arrivati a questo punto? Perché il nostro vivere si è progressivamente spogliato di quei confini netti. Torniamo alle radici. Cosa significava fingere?
Simulare qualcosa facendola credere agli altri.
Fingeva una persona che, vestitasi da sacerdote e pronunciando alcune parole, faceva credere a una famiglia di essere l'inviato di una chiesa per la benedizione. Fingeva una persona che, vestitasi da poliziotto e dotata di armi, faceva credere ai cittadini di essere quello. Poi il fingere divenne un semplice recitare una parte. Prova ne sia il fatto che nessuno, per quelle due simulazioni, oggi userebbe quel verbo originario. Oggi il fare finta è qualcosa di leggero e temporaneo, che non viene nemmeno considerato. Se però se ne deve proprio parlare, le persone ti dicono di aver recitato. E questo succedeva appunto a quei personaggi che ammettevano di essere stati al gioco durante la ripresa filmata di uno di quegli scherzi. Un'emittente televisiva faceva un programma, ed essi sapevano di parteciparvi. Se avessero 'smascherato' immediatamente la finzione, i cameramen sarebbero tornati a casa senza 'lavoro' e quelli senza un'apparizione' alla Tv. Vedete come siamo cambiati? Nel 1935 un cittadino di Chicago, rimanendo vittima di uno scherzo filmato da parte di una televisione commerciale, avrebbe avuto un motivo di orgoglio personale nel capire immediatamente la cosa e rifiutarla. Oggi molti sono addirittura contenti, perché pensano di partecipare a un rito collettivo e amano apparire su uno schermo che viene guardato in tutta la nazione. In questa situazione, l'originario fingere è divenuto perfino elemento di un gioco che si presuppone di 'talento' (perfino coloro che non sono attori professionisti si misurerebbero per brevi attimi in quell'universo). 21.13
Chi scrive questa pagina fu per ben due volte vittima designata di Scherzi a parte, negli ultimi anni. Mai ci cadde, né si sottopose a un inutile gioco di sottomissione recitata. Cosa feci? Pronunciai, immediatamente, la parola scherzo. In quel modo facevo capire agli autori dell'episodio filmato che avevo subito compreso lo scenario 'finto' nel quale le persone stavano agendo (cercando al contrario di farmi credere che fosse vero, cioè che stesse capitando quello che vedevo). Questo per me fu essenziale, per i motivi che ho spiegato tante volte in queste pagine. Comportandomi in quel modo, non passavo in modo deciso in uno dei due territori. Il mio era semplicemente un 'continuare a vivere', assumendo che nemmeno per un istante dovessi abbandonare la realtà. FAQ. Se ti fossi fermato, insieme con loro? Avrei detto loro che non erano stati molto abili in quel gioco di finzione. Vedete la differenza tra un 're' e una persona comune. Quest'ultima crede di vivere almeno il famoso quarto d'ora di popolarità. Il sovrano invece domina la situazione e informa tutti di quello che è realmente accaduto. E così io cerco di fare, nella vita, anche in altri contesti (banche, uffici, sportelli vari, sale di attesa, conversazioni). 21.27
FAQ. In lingua italiana, si usa domandare 'Ci-fa-o-ci-è?' Cosa significa? Ecco un bellissimo esempio. Quella frase intende almeno tentare di delimitare la natura dell'essere rispetto a quello che esso recita, passando nell'altro universo. Naturalmente, è difficile dare una risposta. Ci sono persone che in parte sono sprovvedute e in parte fanno anche finta. Un caso tipico era quello del nostro presentatore di quiz, che una volta ottenuta la visibilità in quanto personaggio si divertiva anche a far credere alcune cose. Atteggiamento che comunque è frutto della nostra intelligenza, la quale si cala nelle varie situazioni intuendo ad istinto quale sia l'atteggiamento più conveniente del caso. Nel fare questo, la realtà diventa un termometro proprio di quella intelligenza. Ciascuno, in altre parole, lascia tracce e segnali che lo distinguono in un senso o nell'altro. Se domina la situazione, sa come transitare nei due territori (anche per brevi attimi). E non ha problemi nell'essere se stesso sia in un senso (recitando) sia nell'altro (comportandosi in modo autentico). FAQ. Ma allora cos'è essere autentici? Comportarsi in modo da non tradire una corrispondenza tra il sé e l'esterno. E' come dire: siccome io sono questo, in quella occasione agisco in modo da adattarmi nel modo dovuto a ciò che si para davanti a me ma senza perdere il dominio delle cose. Gli esempi sono infiniti. Proprio prendendo dalla realtà, arrivo a ieri mattina nel momento in cui in un ufficio postale faccio qualcosa che colpisce una donna che incontro improvvisamente e che mi interessa. 21.44
FAQ. Se una persona smaschera rapidamente uno scherzo ai suoi danni, cosa ottiene? E' un trionfo della intelligenza e insieme una dimostrazione di forza. L'impresa sta nell'annullare la pretesa di accreditare (almeno per la durata dello scherzo) il fatto che stia succedendo qualcosa che invece è solo frutto di una messinscena già preparata. La frase più bella agirebbe come una specie di incantesimo che smonta. "Non è vero. Non sta accadendo questo. Voi state solo fingendo una parte". E a quel punto, la recita finisce. Spiegare perché sia un'impresa non è facile, ma in fondo è un'alternativa secca. O lo scherzo riesce, e trionfano quelli che lo hanno architettato. O non riesce, e trionfi tu che lo hai smascherato. La natura qui propone un confronto tra chi, recitando, vuole farti credere che le cose si stiano evolvendo nel modo in cui appaiono e il tuo essere che, preso in quella finzione, viene messo alla prova (e la natura sta a guardarlo). Nella home page di Apoteosi in pratica faccio capire che tra 20 anni chi recitava anche la parte di vittima verrà considerato molto stupido. Le cose si capiranno in progresso di tempo. La finzione, oggi, viene quasi accettata oppure giustificata. Se fossimo più rigorosi? Se una donna fosse intelligente non fingerebbe mai un orgasmo. E' come se una persona, che non sopporta le melanzane, dicesse che le piacciono molto. Ecco la famosa mancanza di corrispondenza di cui parlai su Memoriale. Se io oggi non sono andato a Torino, non posso dire che sono andato perché in questo modo non darei una informazione utile. La verità è la cosa più bella ed è l'unica, perché fa corrispondere gli unici due elementi che la natura ha registrato in quel momento (il mio essere, che agiva in un certo modo, e la situazione esterna). Se io dicessi che sono andato a Torino, mentendo, è come se dicessi a qualcuno che sono di sesso femminile. L'altro non potrebbe trarre conseguenze, oppure le trarrebbe sbagliate, e non potremmo continuare a discorrere con la logica. Questa nostra prerogativa, che ci distingue linguisticamente dagli animali, ci porta sempre più avanti nella evoluzione. E a questo punto esistono solo 'bugie' molto istintive, che ci sfuggono in quanto componenti della nostra personalità. Puè capitarmi di dire di aver pagato un appartamento 200.000 euro (se ne ho sborsato il doppio), quando io sia nato affarista. Ma non di dire che l'ho acquistato se non è vero. Quindi in questo senso non esiste 'fiction', ma semmai solo 'finzione' che inganna chi la mette in atto. E dire a una donna che non finge non è dirle che non sa fingere, ma apprezzarla proprio per il fatto che recita solo per contratto. Erano le 22.23 e mi pare per il momento di aver terminato la trattazione.