
Imparare o dare una cultura fa vivere in pace
Abbiamo visto, con il passare degli anni, che negli Stati Uniti un corredo genetico particolarmente teso verso l'opzione militare caratterizza gran parte dell'azione politica dei governanti (ma non la gente). Gli uomini che salgono al governo della nazione tecnologicamente più forte del pianeta si trovano a che fare con valori numerici poiché l'economia di una nazione è fatta soprattutto da industrie che devono conseguire profitti, e tutti sappiamo che spedire i propri soldati da un'altra parte del pianeta genera movimentazione internazionale, che è indice della presenza di quella nazione, ed entrate per le società che producono gli utensili e il materiale occorrente per la guerra stessa. A questo aggiungete il fatto che avere un grande apparato militare e tecnologico senza poterlo in qualche modo dispiegare operativamente da qualche parte sarebbe inutile. Feci il paragone con chi possiede e tiene in garage una Rolls Royce senza mai farla circolare. Molte delle decisioni prese dal presidente degli Stati Uniti nascono proprio da un'esigenza pragmatica prima ancora che politica. Ma non vi è dubbio che sia proprio il DNA degli Stati Uniti il primo fattore che determina quell'opzione, tanto che lo stesso Bush - prima di lanciare l'operazione in Iraq - ebbe a manifestarlo esplicitamente dichiarando che l'inerzia non era un'opzione. Frase molto significativa, che in pratica vuol dire tre cose:
a) Stare senza attività militare non genera conseguenze di alcun livello, in una nazione ad alto tasso tecnologico e ispirata ad un costante obiettivo capitalistico
b) L'assenza di attività militare all'estero confinerebbe i militari nazionali a una serie di esercitazioni interne
c) L'assenza di attività di natura bellica non remunera i costruttori e i fornitori dei materiali e del propellente
Per dare ancora un'idea di quel che si determina in una nazione molto forte che non avesse attività militari all'estero, diciamo che i membri stessi delle strutture impegnate (aviazione, marina, ecc.) non realizzano una loro esperienza di vita in quel settore. Cosa che riavvicina la situazione ai vari organi della Rolls Royce che, senza essere messi in azione, giacciono nella immobilità di un garage. Una nazione che va in guerra, nell'immaginario popolare, fu storicamente anche un veicolo di un sentimento patriottico poiché si faceva lotta per la difesa di valori propri rispetto a un'altra etnia che ne aveva di altri. Così si spiega ad esempio il discorso di Bush del 1 maggio 2003 sulla portaerei Lincoln, o le sue successive riprese degli stessi temi (sicurezza) davanti a platee di provincia. Il problema sono semmai queste platee, con tutta la mentalità che le ha fatte crescere. La provincia americana, che è quel concentrato di simboli che vediamo ancora oggi in molti film del consumismo Usa, non ha una genetica molto incline alla pace proprio perché anziché 'pace' vede 'inerzia'. Dove noi vedremmo 'assenza di conflitto' molti Americani continuano a vedere 'assenza di iniziative'. L'attuale presidente è proprio il rappresentante del way of life più conservatore, che muove ogni giorno sulla propria scrivania le pedine di un qualche gioco particolare (azioni in Borsa, capital gains, investimenti, entrate dal petrolio ecc.) e se non avesse queste pedine vedrebbe quella scrivania come un guscio vuoto.
Gli Stati Uniti da sempre si differenziano culturalmente dall'Europa moderna perché dove questa vede appeasement gli altri vedono inerzia. Tutto lo dice. Vi basterà sentire una orchestra americana che esegue le note di Beethoven, per sentirvi un'animazione in più che la Wiener o la Berliner Philharmoniker non avevano. Vi basterà udire le note dei pezzi di Gershwin per intuire quello che le macchine e l'industria stavano per concepire in quel territorio. Nulla di simile si sarebbe mai preparato a Praga o a Palermo. La dispersione stessa di un territorio grandissimo ma compattamente inserito tra due oceani è profondamente diversa dalla semplice composizione multietnica della Unione Europea. Se tutto è cultura, come abbiamo imparato nel secolo XX°, occorre riconoscere a tutte (le culture) una loro legittimità. Quest'ultima è però temperata dalle disposizioni normative (convenzioni internazionali, Nazioni Unite, ecc.) che cercano di prevenire la guerra. Nota costante dell'amministrazione Bush fu quella di fare una guerra preventiva, anziché quella di prevenire la guerra. Proprio l'inversione dei termini, nella trasformazione del concetto stesso di diplomazia. Perseguendo una politica di guerra preventiva, cesserebbe di esistere anche una diplomazia classica perché i mediatori della pace si troverebbero davanti a chi intende ristabilirla con le armi. Come se il mediatore recatosi a conciliare le parti scoprisse che esse stesse intendono arrivare alla pace finale non facendola ma provocandola semplicemente con l'uccisione del nemico. Se noi annientiamo il nemico non possiamo risolvere, perché tra due giorni troveremo un altro nemico e così la vita sarà sempre un eterno confronto militare. Cosa che porterà con sé anche una concentrazione della vita pubblica su un tema come quello della sicurezza. Chi vede le cose in profondità ha notato in questo senso anche una trasformazione nel concetto di politica: un presidente che parla ogni giorno di sicurezza alle conferenze stampa non è più il presidente o il primo ministro di una nazione, ma diventa piuttosto il surrogato di un organo supremo dell'esercito o della polizia. La sua costante attenzione verso i temi dei servizi segreti lo porrà in contatto costante con questi più che con gli altri organi dello Stato, facendo divenire quest'ultimo un territorio continuamente all'erta e in tensione con nemici potenziali. Facendo in questo modo, si può anche creare i nemici da soli. Cosa riuscita perfettamente proprio a Bush, fin dai primi giorni del suo insediamento. L'esistenza di un avversario serve anche qui a qualcuno che ne ricava profitti: lo abbiamo visto fare anche all'italiano Berlusconi, che passa(va) le giornate a screditare magistratura e schieramento politico di sinistra. Profitti non solo materiali, ma che materiali diventano quando la persona si presenta (elezioni) a incassare le conseguenze. Nello Stato contemporaneo, tutto poi fa il gioco di una presenza continua sulla stampa poiché quest'ultima concepisce le prime pagine soprattutto come eco di ciò che gli organi dello Stato hanno fatto o detto il giorno prima. E così gli incassi sono reciproci, nella consapevolezza che proprio qui cominciano le interrelazioni più proficue.
Descritti in questo modo gli equilibri dello Stato, non deve apparire così assurda (come si è visto in occasione dela ricorrenza dell'11 settembre, nel 2006) la tesi che vede negli attacchi plurimi di quel giorno una serie di normali esercitazioni degli Stati Uniti. D'altra parte, se uno Stato non dirama liste e dati ufficiali dopo un incidente aereo comprendiamo tutti che qualcosa deve essere accaduto (di diverso da un incidente). Altrimenti, da sempre il giorno dopo noi leggiamo la lista dei passeggeri imbarcati. Qui sembra che nessuno l'abbia data. Non solo: dove sono finiti i passeggeri dell'aereo 77? Questo devono dirlo gli Americani. Apprendemmo solo che le vittime di quell'incidente furono in tutto circa 190 (188 were feared dead, così diceva la lingua in quegli istanti / Usa attacked, diceva ironicamente la lingua del tempo). Una nazione seria dirama sempre i dati definitivi dell'identità e del numero delle vittime. Erano davvero 58 i passeggeri? In un mondo non contaminato dagli interessi, ogni volta che si presentano obiezioni ci sarebbe una persona incaricata ufficialmente di rispondere.
Io stesso feci le cose tanto bene da rispondere da subito a tutte le obiezioni possibili sul fraintendimento iniziale sulla identità di dio. Rispondere immediatamente alle obiezioni è proprio la migliore politica della pace, perché dileguando i dubbi si fa chiarezza e non si pongono nemmeno i presupposti per i conflitti. Pare che molti politici, profittando della sostanziale impunità della politica stessa, non lo abbiano ancora capito. Una vera cultura di pace considera le armi solo come estrema risorsa perché prima di esse viene pur sempre il ruolo dell'intelletto, che chiarisce e mette a tacere con un semplice ragionamento. Ma per dare la precalenza al lato razionale occorre pur sempre avere una cultura che sia ispirata alla pacifica convivenza (e non al confronto militare). Le truppe multinazionali delle Nazioni Unite hanno l'ovvia funzione di pacificare, ma la presenza di armi fa prevalere ancora una volta il controllo armato e non trasforma mai le popolazioni dei territori attraversati da violenza. Per trasformare la loro vita occorre importarvi cultura, e magari verificare che questa prevalga perfino sul commercio. Imparate i fondamenti di questa cultura della pace.
Pagina pubblicata il 14 settembre 2006