
Chomsky
sbagliò. Ma era tanto tempo fa
Le grammatiche
linguistiche sono tutte fuori dall'uomo
Il contenuto di questa pagina risale al gennaio 2001. Un quotidiano nazionale italiano lanciava la notizia: "La chiave delle lingue è nel cervello". Questo giornalista sembrava vagare nella stessa oscurità della placenta, cioè non aveva un'idea molto precisa di cosa sia una lingua. Però aveva sicuramente letto quella notizia da qualche parte. Potreste scommetterci, era la frase di qualche docente di discipline varie applicate anche alla linguistica.
Una delle suggestioni
di lunga durata è stata quella di innamorarsi della
sperimentazione sulle aree del cervello. I quotidiani del secolo
XX° uscirono spesso con titoli cubitali del tipo: 'Grandiosa
scoperta al Massachusetts Institute! Le aree della parte sinistra
regolano gli affetti!'
Che scoperta è? Le diverse
zone del cervello possono avere un legame con qualsiasi cosa (con una corrente
elettrica, con un catodo, col calore, col freddo), con qualsiasi cosa
venga posta a contatto con esse fisicamente o concettualmente. Se
l'uomo si esprimesse con gesti e basta, potremmo ugualmente accostare
l'effetto provocato da questi gesti su quelle aree, e non avremmo
alcuna conclusione di rilievo. NESSUNA AREA DEL
CERVELLO NASCE CON UNA FUNZIONALITA' INNATA A PRIORI.
Tutti sappiamo che il primo atto del neonato è proprio un urlo, un pianto che testimonia il suo essere al mondo in mezzo alle gambe della madre. Il successivo sarà una parola rivolta a lui per 'insegnargli' qualcosa, dopo che un'altra parola - il nome di battesimo - lo avrà segnalato e contraddistinto nel mondo. E' paradossale che un signore di nome Chomsky ci venisse a dire ad esempio che il linguaggio si sviluppa nel bambino senza istruzioni formali. In base a cosa? Come faccio a ripetere 'mamma' se nessuno me lo ha detto? Come faccio a combinare 'mamma' con 'bambola' o con 'piatto' se non ho sentito un altro che fa la stessa cosa? E' sempre per mezzo della parola che questo nuovo essere starà al mondo assieme agli altri e se sente altri che la combinano quelle sono proprio istruzioni formali. La parola non può essere dentro di lui, strutturata in qualche modo con altre, perché se lo fosse sarebbe un attributo del suo corpo, come attributo sono i polmoni, il fegato, i tendini, i polpastrelli.
SYNTACTIC STRUCTURES - Nel 1987, quando mi procurai quel 'Syntactic structures' di Noam Chomsky (Mouton Publishers, The Hague, 1957) di cui tanto avevo sentito parlare, rimasi di stucco. Quello che i libri avevano definito come un 'monumento di importanza capitale' mi appariva come un libretto smilzo (114 pagine appena) e mi dissi: "Qualcosa deve pur esserci, se figura come referenza in tutti i trattati del mondo". Presi a sfogliarlo, e mi ritrovai davanti al solito manuale del XX° secolo pieno di discorsi interni sulla struttura e carente nel dare qualche conclusione scientifica di rilievo. Naturalmente, feci una tara di 30 anni: considerai comunque che era passato un bel po' di tempo dalla pubblicazione di quel libro. Più lo sfogliavo più mi domandavo il motivo di tanto clamore. A pag. 19 ad esempio veniva confezionato addirittura un fiocchetto geometrico per creare due strade alla frase 'THE MAN COMES', che diventava 'THE MEN COME' e poi 'THE OLD MAN/MEN COME(S)'. In seguito l'autore continuava costruendo altre strutture sintattiche. Poi continuai a sfogliare e al centro mi ritrovai davanti a una narrazione un tantino ingarbugliata, piena di X e di Y con potenze al quadrato o vari esponenti (cose che i docenti giovani e non ancora affermati sognano sempre di poter scrivere, per fare impressione). Per fortuna arrivava finalmente un concetto, che Chomsky chiama 'trasformazione', generando così quell'approccio che poi si chiamò 'grammatica di trasformazione o generativa'. Ma la generazione era un concetto conosciuto già allora, e in fondo ogni materiale composto di strutture è soggetto a trasformazione. Mi dispiaceva non trovare dissertazioni linguistiche, sulla trasformazione. Per essere interessante, il discorso avrebbe dovuto parlare di lingue e di grammatiche (un po' come ho fatto io nella pagina 'summa' di questo sito, dove la trasformazione è innestata in un discorso sulle lingue e non di sociologia cognitiva). Trovai tanti discorsi che montavano e smontavano frasi di una sola lingua, senza arrivare a conclusioni. Anche un cumulo di mattoni o una pila di dadi hanno in sé la possibilità di scomporsi e ricomporsi in migliaia di modi. La stessa conclusione del libro continuava a vedere Giovanni che mangia una mela, una mela mangiata da Giovanni, chi avesse mangiato la mela, il mangiar la mela da chi ecc.ecc.
A dire la verità, prima di lui non c'era molto meglio: il comportamentismo spiegava la realtà come una semplice successione stimolo-risposta, come se davvero l'uomo fosse un soggetto azionato da nervi motori e basta. Alla fine degli anni '50 arrivò il professor Chomsky, che giustamente disse: "Cosa avete pensato? Se fossimo soltanto questo non ci sarebbe nulla da dire e nulla da spiegare." E così egli enuncia due cose importanti. La prima è che
Ogni enunciato che una persona formula o comprende è una combinazione del tutto nuova di parole, che appare per la prima volta nella storia dell'universo
Da questo cosa concludeva? Egli diceva che di conseguenza il linguaggio non può essere un repertorio di risposte, cioé che il cervello può elaborarne un numero infinito. Chomsky poi diceva un'altra cosa:
I bambini sviluppano quelle grammatiche complesse rapidamente e senza insegnamenti formali, dando interpretazioni coerenti a nuovi enunciati che possono non avere mai incontrato
Mi rimaneva un dubbio. C'era quel 'senza
insegnamenti formali', che mi aveva insospettito non poco. Cosa
voleva dire? Successivamente, per fortuna trovai anche dei passi in
cui Chomsky affermava a più riprese la necessità di
smontare il modello secondo il quale 'la psiche umana è
plasmata dall'ambiente circostante'. A quel punto
riuscii a intuire l'idea che Chomsky si era fatta del
linguaggio e delle scienze cognitive. Un'idea
scarsamente fondata su dati di fatto e non corroborata da conclusioni
di scienza. Se dovessimo seguire l'idea di Chomsky,
dovremmo accedere a una lingua che per l'appunto è (o diventa)
patrimonio innato di un essere umano fin dalla nascita. Secondo
quest'idea, non avrebbero rilievo le istruzioni date a un bambino, in
quanto esso comporrebbe comunque la lingua indipendentemente dagli
apporti esterni, proprio come se essa agisse funzionalmente in un
apparato interno del corpo. E certamente, premesso questo, qualsiasi
espressione linguistica avrebbe potuto farsi rientrare in un
procedimento universale, cioé comune a tutti gli uomini. E
dov'è questo fenomeno?
ABBIAMO UN ORGANO PER LA FONAZIONE MA NON PER LA STRUTTURA - Il modello di Chomsky non solo non esiste nell'uomo ma neppure in natura. L'equivoco di queata concezione è lo stesso della semiologia: pensare che un atto o un fatto rientrino in un CODICE, senza avere le chiavi di questo codice. Se lo si evoca occorre anche dimostrare che lo si conosce. Lo stesso Umberto Eco aveva già provveduto a smentire se stesso nel suo libro 'La struttura assente'. Rileggiamo. Se all'origine di ogni comunicazione, e quindi ogni fenomeno culturale, sta un Gioco originario, questo gioco non può più essere definito ricorrendo alle categorie della semiotica strutturalistica. Cade in crisi per esempio la stessa nozione di Codice. Alla radice di ogni comunicazione possibile, non vi è un Codice bensì l'assenza di ogni codice. (Pag. XXIII). E' solo storicamente, nelle varie epoche, che l'essere può esprimersi anche attraverso universi strutturati. Ma ogni volta che si vogliano riportare questi universi alla loro origine profonda si scopre una non-origine che non è né strutturata né strutturabile. PREFAZ., Pag. XVIII).
Questa fu la più clamorosa confessione. Ogni cosa che esiste non può esistere senza un'origine. Se la lingua non ha origine nel cervello (perché può esistere un uomo che non parla e che comunica ugualmente senza lingua) occorre situarla definitivamente fuori dall'uomo. In noi esiste sì un patrimonio, che consiste nel dizionario di parole e di combinazioni che abbiamo immagazzinato, ma al momento di parlare in velocità stabiliamo un ponte con una dimensione esterna, immateriale e invisibile. Ecco quello che a Chomsky e ai semiologi sfuggì. Se non esistesse il ponte di cui ho parlato, il bambino elaborerebbe i vari suoni come sposta i vari elementi delle costruzioni Lego quando costruisce una casetta. Cioè lo farebbe senza rispettare un ordine. Invece, esistono delle regole e queste provengono interamente dall'esterno, secondo una logica che il bambino afferra solo più tardi e con il passare del tempo (tanto è vero che viene corretto dai genitori fino ai cinque-sei anni).
LA CHIAVE NON STA NEL CERVELLO - Se si dice che la chiave sta nel cervello bisogna anche spiegare perché una persona sia più brillante oggi rispetto a ieri, perché oggi abbia più idee rispetto a domani, perché con la compagnia di Gianni parli di più e meglio piuttosto che con la compagnia di Piero, e così via. Sono tutti problemi di scienza, non solo discorsi. La costruzione dovuta, a me adulto, viene ogni volta spontanea e in modo naturale perfino in una lingua che non fu mia alla nascita. La cosa dipende anche dal fatto che il mio cervello ha memorizzato in tanti anni una certa quantità di combinazioni di quell'altra lingua che poi rispuntano - come da sole - quando occorrono. E così dirò I wouldn't say that, I think so, You did, You bet, I was very well ecc.ecc. come se quelle frasi fossero elementi di un semplice gioco a incastro. Il problema sarebbe semmai di capire perché mi vengano proprio quelli e non altri. In certe giornate mi vengono di più certe frasi e in altre me ne vengono di differenti. Non sono (soltanto) io che cambio.
LEGGE O CASO? - Nel caso richiamato su quella antica pagina di Memoriale (ora presente, nella sua tematica, su Grammatiche), più o meno dicevo: "La signora Rossi entra nello scompartimento di un treno e domanda E'-libero-quel-posto?". Riprendere l'argomento è per me come recuperare i sei anni passati da quella sera di fine 2000, quando per la prima volta feci quel discorso. Nelle scelte che facciamo è in discussione non tanto quello che decidiamo, ma il fatto che abbiamo deciso proprio quello (tra un potenziale campo di decisioni possibili). A chi indaga non interessa la frase appena citata, nella sua dinamica o nella sua sintassi. Interesserebbe invece capire perché quella persona abbia detto proprio quella. La risposta non proviene immediatamente da alcuna scienza. Allora sono possibili solo due cose:
a) Le conclusioni mancavano perché ancora dovevano essere enunciate da qualcuno
oppure
b) Non ne esistono (e allora avrebbe ragione chi nega importanza a questo discorso su ciò che viene da dire)
Se noi avessimo una scienza che mi spiega perché la signora Rossi ha detto proprio quella frase avremmo trovato una grande chiave ma dovremmo dapprima superare un dubbio piuttosto spiacevole, e cioè il sospetto che in casi come questo la nostra emissione risulti 'indirizzata' secondo uno o più criteri. Se così fosse, molti comincerebbero a ribellarsi recuperando appunto la nozione di libero arbitrio. Direbbero: "Ma io potevo dire qualsiasi cosa, proprio perché ero libero di dirla. Non c'è un motivo preciso". Essi darebbero così legittimità alla ipotesi b) appena ricordata, che priva questo discorso di rilevanza scientifica e riconsegna tutto a una semplice casualità. Liberarsi di questo sospetto non è semplice, poiché comunque un'eventuale soluzione condurrebbe a un 'canale' che noi non conosciamo e che fa comparire la presenza di una legge apparentemente limitante quella presunta volontà iniziale. Bisogna affrontare questo problema, iniziando proprio a smentire categoricamente il concetto del libero arbitrio. La nostra volontà c'è, ma neppure in quel caso è totale. Io posso dire altre frasi, ma per esprimere quel concetto non ne ho a disposizione più di altre 3 o 4. Già dire: "Posso sedermi liberamente?" indurrebbe i presenti allo stupore, perché la frase appare ridondante e pleonastica. Se io ho soltanto 4 frasi da poter dire, in quel momento, ne sceglierò una automaticamente in centesimi di secondo. Possiamo pensare che la frase eruttata corrisponda a una scelta presa in altre circostanze, nel senso che fa parte delle scelte personali anch'essa. Nella lingua, non esistono scelte personali quanto piuttosto frasi che il signor X emetterà con più probabilità di altre. Non si ha dunque una nozione concepibile di libero arbitrio. Si ha semplicemente una possibilità di esprimere un numero limitato di suoni entro una certa gamma. E quel che componiamo è appunto un indice della nostra capacità di trasformazione. Se però ci poniamo nell'atteggiamento di chi si interroghi sui motivi l'analisi si complica e diventa misteriosa, con risvolti che non posso esaurire in questa sede.
IL DOMINIO NELL'ANTICIPAZIONE DI QUELLO CHE DIRAI - Il risvolto principale, quello che 50 anni fa Chomsky e gli altri ancora non conoscevano, è il dominio. Dopo che vi ho dato questo nuovo concetto. tutto è cambiato. Messo in quella situazione, quell'emittente dice quella cosa (che io stesso sento, a distanza, come sempre). Io indovino che la dica: segno che il mio cervello ha captato un'associazione (persona + lingua). Lo avrei fatto anche con altre persone. Questo significa che l'intuizione permette di associare gli uomini alle scelte linguistiche che faranno. Cosa occorre per farlo? Occorre conoscere gli uomini. Se io ci arrivo, con i miei mezzi, significa che conosco gli uomini meglio di chi non ci arriva. Provate anche voi qualche volta: ponetevi a pensare cosa dirà una persona che voi conoscete, le esatte parole. Se indovinate, vuol dire che avete avuto in quel momento un'intuizione notevole e questo proviene anche da una vostra conoscenza umana. Perché io sono proteso così spesso a intuire telepaticamente quello che dicono dall'altra parte? Perché ho dei pianeti che favoriscono questo tipo di azione psicologica, permettendo un distacco e una penetrazione dell'animo umano. Il distacco è in fondo un derivato di quello che i mediocri definiscono 'solitudine': se voi mi avete visto spesso in treno (e io ero solo) è probabile che - se non creavo cose mie - stessi osservando altre persone, usufruendo di quel distacco di cui godono le persone che sanno stare anche non in compagnia per lungo tempo. Ecco dunque che il discorso riporta alle capacità del singolo: chi ne ha compie imprese, nel settore delle anticipazioni e delle profezie, che ad altri non riescono.
LA SIGNORA ROSSI HA DETTO QUELLO - Posto il problema in questi termini, noi comprendiamo quanto esso sia rivolto all'interiorità. E' nell'interiorità che si forma la frase che sta per essere emessa, e nessuno potrà mai vederne la partenza (vedi discorso mio sul ponte, ovvero come si forma ogni volta l'espressione linguistica). Ma quando viene emessa, in modo definitivo, essa diventa un evento. E per fare accadere questo evento (come dire "Gente! La signora Rossi ha emesso quella frase!") noi abbiamo osservato un fatto inerente al dominio, che è profondamente correlato allo spazio-tempo. In altre parole, il signor X dice in quel momento una parola o una frase che prevale su altre possibili. Fino a qui avevo ricostruito l'ordinario processo di emissione, aggiungendo un nuovo concetto (dominio). La mia trattazione terminava con una domanda, che suscitava una questione di dimensioni immense. Dicevo: "Sì, la signora Rossi dice quella frase perché essa prevale in quel momento su altre possibili e disponibili, ma perché prevale proprio quella?".
Eric Kandel ha ripreso proprio questo mio interrogativo nell'indagine sugli stimoli a reazioni chimiche interne. Il problema oggi sarebbe quello di raccordare gli studi sulla percezione e sulle dinamiche cognitive alle scoperte fatte in campo genetico. Solo in questo modo potremmo isolare delle costanti per ciascun individuo (ma, attenzione, non per un campione qualsiasi di 20 individui) e comprendere i suoi meccanismi. Se voi provocate degli stimoli in 20 pazienti osserverete cose che non portano a conclusioni, perché ogni campione selezionato potrebbe smentire i risultati ottenuti con un altro campione. Ciò che oggi importa, e che pare non sia stato compreso dai fisiologi che sperimentano sull'uomo, è che l'indagine si fa su ogni singolo individuo e non su campioni di tanti individui. Solo in questo modo ciò che si definisce costante emerge come la legge che ricercavamo, e che definisce la natura dell'essere di cui indaghiamo. Orbene, come trasferire gli ordinari dati di indagine alla linguistica? Basterà la solita indagine statistica dei docenti che dicono di aver trovato molte frequenze per quelle parole e non per altre? No, qui non vorremmo avere cifre. Qui vorremmo sapere perché le cifre sono quelle. La signora Rossi, se fosse intelligente, direbbe a un ricercatore: "Nemmeno io mi accorgo del perché in quella circostanza mi è venuto da dire quella cosa. Sento che un motivo c'è, perché anche a posteriori - se ci penso - concludo che non avrei potuto dirne un'altra pur avendo questa possibilità". Come vedete, siamo come su un filo sottilissimo che contiene dentro di sé sia la possibilità della scienza (esistenza di una legge) sia la possibilità di una sua inesistenza (presenza di pura casualità). La signora pensa due cose che, viste contemporaneamente, sembrano potersi escludere poiché affermare che si sarebbe potuto dire soltanto quella cosa che si è detta ma pensando che sarebbe stato possibile dirne molte altre è come contraddirsi. Io avrei potuto dire qualsiasi cosa, però la cosa che ho detto in quel momento non era sostituibile con altre. Ecco il pensiero risolutivo. Esso porta l'indagine fuori dall'essere umano. Anche questo è in grado di far ricominciare tutto, fondando un nuovo modo di concepire la nostra espressione.
Questa pagina è prende spunto da una pagina pubblicata su Memoriale il 18 gennaio 2001. Essa è stata ripubblicata su Apoteosi il 20 ottobre 2006, quasi completamente rielaborata