La genesi di un suono

Questa sarebbe una pagina di Grammatiche, poiché riprende la lingua in modo specialistico. E' però anche una pagina di sorveglianza, perché serve a confermare e rafforzare i contenuti di cui ho già parlato sull'altro sito. Il problema che qui sto per analizzare riguarda ancora una volta una procedura di vita vissuta (per almeno il 70% ho fatto riflessioni suggeritemi dalla vita pratica, e da questo comprenderete ancora una volta la differenza tra un insegnante di scuola che ripete una lezione e una persona che insegna liberamente per lo più ragionando). Ogni suono che definisce un concetto proprio con quel fonema dev'essere nato in qualche modo, un bel giorno di tanti anni fa. Quel modo, oggi, non è più possibile scoprire. Di alcuni (ma sono non più del 5%) si conoscono dettagli, poiché alcuni li osservarono e li misero da subito per iscritto. Ma la stragrande maggioranza dei suoni si affermò nella vita, in modo spontaneo, e non ci fu alcuna persona che potè testimoniare sui retroscena della loro affermazione. Per quanto mi riguarda, voi sapete - perché lo dissi più volte - che i momenti più felici della mia vita sono state le sfide con me stesso. Soprattutto, trovarmi improvvisamente a dover parlare all'estero una lingua non mia. Chi mi conosce entro un ambito limitato potrebbe stupirsi in quel momento di sentirmi rispondere in russo a una cassiera di un supermarket di Mosca. Nella pratica, la procedura ripete lo scarto che esiste tra un film e un altro per un attore. Vedendolo calarsi nei panni di un personaggio voi lo vedrete in un modo; in un altro ruolo lo vedrete poi in azione in un modo diverso. Lo stesso è della mia persona, quando mi pongo in situazioni improvvisate in cui occorre emettere suoni che non furono i miei. Cosa adorabile, poiché vengono stimolate le parti più profonde e sensibili dell'essere. Dunque, dicevo... ogni volta che un linguista si reca all'estero si ferma naturalmente ad osservare e riflettere sulla lingua che sente parlare dalla gente locale. E' molto interessato, a questo. Lo è anche per i programmi televisivi, ma il dialogo orale e dal vivo - in cui egli stesso si trova ad essere protagonista - lo colpisce molto di più. In francese, la lingua oggetto di questa pagina, mi colpisce molto ciò che questa nazione elaborò in variazione rispetto alla lingua latina (o a quello che diremmo noi). Cerco di essere più chiaro: se io sento "Qu'est-ce que vous avez vu hier soir?" la frase è normale e scivola via. Se invece l'interlocutore mi dice che "Le train a rattrapé les cinq minutes de retard" rimango colpito dal fatto che egli non esprima lo stesso concetto con il nostro 'recuperare': la lingua francese, per questo dominio, usa inderogabilmente il verbo 'rattraper'. La cosa, se non parlo francese da decenni, non mi verrà al primo colpo. Mi verrà, per l'appunto, se ho la cosiddetta familiarità che consiste nell'avere un orecchio e una bocca immediati per emetterla. In quest'ultimo caso, mi esprimerò nella maniera in cui vediamo spesso fare ai comici che vogliono imitare il ritmo caratteristico (dei Francesi, dei Brasiliani, degli Americani ecc.).

Tra le cose più interessanti, proprio il lavoro che compie il nostro cervello quando viene sollecitato a fare delle riflessioni. MI sorprendo allora a pensarci, come se mi fosse arrivato un impulso da una lampadina. Se la riflessione consiste in un dubbio e arriva in forma automatica, significa che in quel dominio abbiamo fissato - con la mente - un punto interrogativo (che ormai chiameremo facilmente FAQ): Tale è il caso del sostantivo 'parte'. Ogni volta che mi trovo a dover usare la parola 'parte', in lingua francese, sento un moto iniziale di domanda che rallenta leggermente la mia emissione (parliamo di decimi di secondo, nei quali l'essere elabora dentro di sé). Part o partie? Sembra strano, eppure la mente mi ripropone ogni volta questo dilemma. Questo accade, evidentemente, perché entrambi i suoni (co)esistono nel dizionario di lingua francese. Più spesso mi viene il 'partie', ma poi cresce il dubbio a posteriori. In verità, nessuno mi insegnò all'inizio che 'part' viene usato soprattutto quando si parla di ciò che spetta a ciascuno in una divisione. E dev'essere così, perché il mio cervello ha sentito tante volte 'prendre part (non partie) à la conversation'. La questione, in pratica, va da sola in quanto vivendo il cervello incamera automaticamente questi suoni inseriti nel loro contesto e non fa che ripeterli. Così accade nell'infanzia. I bambini che vivono a Marseille sentono dai genitori "J'ai bien dormi" e non "J'ai dormi bien" e non fanno che riemettere in quel modo. Io che fui bambino a Cagliari dicevo al contrario "Ho dormito bene" e ovviamente avrò un riflesso automatico se vado in Francia: il cervello mi darà l'ordine di emettere la frase nell'ordine del francese. Questo riflesso automatico è uno dei segreti di chi parla molto bene e sciolto le lingue straniere. La procedura equivale a immettersi in un altro ordine delle cose, in cui le nostre azioni vengono strutturate in modo differente.

Ogni suono, nel momento in cui lo emettiamo, è come un refolo di aria che espiriamo dai polmoni e di cui - se siamo coscienti o esperti di lingua - ci accorgiamo. Se quel refolo è malato, con aria inquinata, lo sentiamo proprio così poiché ci rendiamo conto di aver detto una frase non proprio corretta. La cosa accade specialmente nel senso di non utilizzare il dominio più adeguato (cosa che un madrelingua invece sa perfettamente). Cosa accade? Accade appunto che il madrelingua rivolgendoci a noi che abbiamo fatto una domanda anziché utilizzare il verbo da noi utilizzato ne usa un altro. Così, se noi abbiamo domandato "Est-ce qu'il a récuperé le retard?" ci sentiremo rispondere, in modo olimpico: "Oui, il a rattrapé le retard". Vedete come, inconsapevolmente, una risposta vale già come correzione. In quel momento, se siamo nati linguisti, ci fermeremo a pensare. E ci porremo ad esempio una domanda: "Perché a loro venne da dire rattraper in quel dominio?". Problema di genesi del suono. Senza dubbio, nacque da un attraper iniziale. In altre parole: chi, all'inizio, dovette esprimere il concetto del riguadagnare nel senso di recupero trovò più naturale accoppiare quel dominio a quel suono (e non ad altri come regagner, récupérer, ecc.). Perché sia successo così noi non sappiamo, e fuori da quel 5% è difficile sapere alla perfezione quel che può essere accaduto. Possiamo pensare, con una certa logica, che non esistendo mezzi di trasporto veloce nel Medioevo non esistesse ancora il concetto del recupero del tempo perso. Il dominio andò dunque al riappropriarsi dell'epoca, cioé attraper (letteralmente, appropriarsi con trappola). Ecco spiegato, con logica, come si formarono nella prima epoca le aderenze migliori. Oggi, che succede? Se io uso 'récupérer' loro capiscono ugualmente e mi rispondono, ma proprio questo dà loro l'informazione che io non sono madrelingua e cioé non sono - come loro - francese. Potrei anche aver emesso le parole con un suono perfetto e identico al loro, ma basta un verbo non aderente e la cosa tradisce l'emittente (vedete dunque quanto sia importante il dominio).

Con il sostantivo 'parte' io posso andare solo ad orecchio, poiché non mi rendo conto della differenza tra i due femminili 'part' e 'partie'. L'abitudine mi suggerisce una cosa: i Francesi usano il primo quando si tratta di cose individuali, di spettanza, di appartenenza, oppure di relazione tra due terminali (si veda la conversazione). Altrimenti (e siamo almeno al 65%) non usano che 'partie'. Insomma, non sono due sinonimi. Ma ecco arrivare, come sempre, la domanda: considerato che noialtri non abbiamo due sostantivi (diciamo sempre 'parte') perché loro ebbero invece bisogno di avere sia il 'part' sia il 'partie'. Ecco uno dei problemi poco sondabili nei minimi dettagli, ma sui quali ancora una volta la logica ci illumina. Intanto, facciamo una premessa: la similarità di questi due suoni non può che informare sul fatto che la pars latina era comunque penetrata e non aveva trovato rivali. Però poi proprio il 'partie', che all'estero suona meno ordinario e dunque più strano del 'part', mi costringe a pensare. Questo 'partie' non sarà derivazione da partire? Ecco una delle cose che vengono subito alla mente, se si pensa che in fondo la parte è proprio ciò che risulta da una divisione di un oggetto e 'partir' è anche separare nel senso di 'partager'. La partenza, in origine, fu un suono già collegato a una parte e dunque a una separazione. Chi parte si separa. Però che c'entra con il 'pezzo di un'unità'? Se 'parte' significa frazione di un tutto, perché alla lingua francese non bastò solo un sostantivo? La cosa più ovvia: si erano diffusi entrambi, uno prima e uno dopo. A un certo punto si misero d'accordo, fissando anche nei dizionari che il 'partie' era quella frazione mentre il 'part' era solo una parte in senso astratto. E così, fissata la regola, la popolazione si adattò a questa trovandola la cosa più corrispondente alla natura.

Questo modo di ragionare vi illuminerà su tante cose. Se vi addestrate, con la mente, a utilizzare sempre questo metodo andrete alla radice e non vi farete accalappiare passivamente da un equivoco. Torniamo sempre a Dio, io lo dissi. Se qualcuno di coloro che ci hanno preceduto nel pensiero fossero andati alla radice, non avremmo perduto tutto questo tempo in sterili elaborazioni o elucubrazioni. Sarebbe bastato ragionare, alla maniera in cui abbiamo fatto su Memoriale, per rendersi conto che mancò un inizio regolare. Tanto ci è bastato per archiviare il problema, corredandolo della conclusione più logica: se la parola però fu accettata significa che doveva esser nata in qualche modo e siccome Dio non è mai esistito essa doveva sicuramente servire a indicare un concetto (almeno leggermente) diverso. La domanda sarebbe: perché utilizzavano comunque questa parola se nessuno mai portò davvero la dimostrazione di esistenza di questo essere? E da lì avremmo trovato la soluzione: il genere umano, in una fase ancora poco cosciente della evoluzione, si diede al nutrimento di una semplice idea sacrificando qualsiasi senso della realtà. Oggi, dopo Memoriale, torniamo alla normalità.

Pagina del 7 aprile 2006