
Controbattere, civilmente, quando occorre
Non ci siamo mai stancati di spiegare, anche ribattendo - all'istante - a chi scriveva nuovamente in senso contrario al nostro. Se l'altro non capisce oppure obietta cose inconsistenti, giusto armarsi di pazienza e controbattere ai suoi argomenti uno per uno. Sull'Islam ho chiaramente avvisato che non esiste più, come gli altri culti del monoteismo. Relitti storici. Nostro compito attuale: sostituirli, nella mente e nel cuore di chi ci credeva, con altre idee e con un corpo di nozioni differenti. Tuttavia, essendo il culto di Mohammed menzionato ogni giorno in quanto è il vessillo dichiarato di tutti coloro che uccidono (giustizieri presunti) o vengono uccisi in suo nome (martiri presunti), non possiamo esimerci dal prendere atto. Cercando naturalmente di interpretare cosa sia rimasto dell'antica tradizione islamica, la quale - come tutti capiscono - non può scomparire in un paio di mesi o di anni nemmeno con la rivelazione di Memoriale. Nella pagina 'Eurabia' ho spiegato perché l'etnia nata sotto quella tradizione è oggi più che mai forte e viva, pur non avendo più la sua religione. Allora, se non ha una religione, è necessario concludere che
L'oggetto di cui parliamo, oggi, quando nominiamo l'Islam non è più una religione ma un collante sociale di tanti segmenti etnici emigrati dalla madrepatria (che sia questa Iran, che sia Arabia Saudita, che sia Egitto ecc.).
Io stesso concludo l'altra pagina dicendo: "Guardate quanto sono forti, nel loro insieme, rispetto a un semplice aggregato di mònadi quale può essere un ingegnere di Stoccolma che lavora in Egitto o un imprenditore italiano che lavora in Arabia Saudita. Questi ultimi, non avendo neppure un collante in quanto il cristianesimo provvide solo a un battesimo iniziale e non potè poi prevalere su uno stile di vita improntato a un laico capitalismo, sono tanti individui e basta". Detto questo, resta pur sempre da controbattere a tutti coloro che - specialmente negli Stati Uniti - accusano l'Europa di lassismo e incapacità quando affermano che l'ondata di violenze perpetrate recentemente in nome dell'Islam nasconderebbe un desiderio atavico di totalitarismo iscritto nel DNA di tutte le popolazioni arabe. Nacque all'insegna della violenza e della dittatura - sostengono - e altrettanto totalitario si mostra oggi nei suoi sostenitori, che fomentano appunto prevaricazione e sterminio del nemico. Non è così.
Per costruire un discorso serio, qui, comincio a precisare bene i termini di ciò che affermo sulla home page di questo sito. Io non ho scritto che non esiste un 'lato fascista' nell'Islam. Questo potrebbe essere vero, ma è una componente che esiste dappertutto. In qualsiasi movimento sociale, è visibile un'ala massimalista che anziché al dialogo spinge verso le soluzioni più radicali. Nella mia raccomandazione, io ho consigliato di non chiamare in quel modo (islamici, macelleria islamica ecc.) chi compie attentati e stragi in nome dell'Islam, cosa ben diversa. Perché l'ho fatto? Perché la continua 'etichettazione' di persone che compie reati genera anch'essa tensione e divisioni, molto più che gli atti stessi. Nel diritto contemporaneo, chiunque commetta quel reato e qualunque sia la sua motivazione, la pena va applicata. Allora, che ci interessa se nel cervello di chi prepara un piano per far esplodere un aereo in volo risiede la convinzione (poi confermata da dichiarazioni) di rifarsi a una particolare ideologia? Se noi non correggiamo questa tendenza a dare attributi alle varie stragi (cosa che, tecnicamente, si realizza definendoli di matrice X), aggraviamo la già esistente suddivisione del mondo (derivante, ricordatelo, da quella dispersione dell'unità cui Memoriale ha rimediato dopo tanti secoli). Un titolo o un annuncio infatti scateneranno ancor di più l'odio in Siria o in Iraq. Un suicidio di un musulmano-autodichiaratosi indurrà ancor di più gli altri a seguirne l'esempio. E così via. Insomma, noi stessi facciamo partire una spirale che si riproduce altrove generando lo stesso sentimento abnorme di partenza. Che lo faccia Bush o sull'altro versante alcuni fanatici, ormai lo abbiamo capito, è normale. Se lo fate voi che dirigete un giornale (pensiamo a un foglio ideologicamente infantile come Libero) fate del puro autolesionismo, poiché vi attirerete l'odio di coloro che fanno parte di quella frangia.
1) Affermano che è molto diffuso un estremismo islamico, che possiamo tranquillamente definire 'fascismo'.
Il culto islamico ebbe sempre sviluppi radicali nella storia. Questo č innegabile. Ma è sbagliato, definire quegli sviluppi 'fascismo'. I frammenti del Corano intesero fin dal principio stimolare gli aderenti a una possibile lotta (Jihad) contro ipocriti e infedeli. Ma se uno applica questo concetto a tre persone che cercano di far esplodere un aereo in volo, diventa pazzo lui. E' evidente che non possiamo porre sullo stesso piano la rivelazione che è alla base di un culto religioso del passato con gli atti di chi compie oggi una strage richiamandosi a quel culto. Il culto nacque nel VII° secolo come legge data agli uomini, non come motivazione per qualsiasi atto che a quello si richiamasse. In altre parole, una persona ha la libertà di aderire ai riti cristiani e di parteciparvi autodichiarandosi 'cristiano' ma non quella di giustificare eventuali atti di violenza con il nome di quel culto. Nessuno chiese mai a quella persona di compierli. Se essa li compie può manifestare in questo modo una natura totalitaria, ma questa appartiene alla persona stessa e non a quel culto.
2) Affermano che il radicalismo islamico è basato sulla mitologia: da una parte ci sarebbe il popolo arabo e dall'altra nemici stranieri che cospirano.
E' un modo sommario di analizzare la questione. Se ci sono 28.000 Arabi che pensano questo dovremmo forse seguirli coinvolgendo tutto l'insieme di aderenti all'Islam? Se negli Stati Uniti esistono 12.000 cittadini (cristiani) che odiano l'Iran (cifra normale) e lo cancellerebbero dalla carta geografica dovremmo pensare che tutti i cittadini cristiani degli Stati Uniti abbiano un odio per l'Iran di cui meriti parlare? Non andiamo molto avanti, ragionando in questo modo. Io posso portare l'esempio di tanti Musulmani che non hanno quella mitologia. Allora, a che serve dare dignità culturale a quattro persone che organizzano un attentato a un aereo? Uomini intelligenti dovrebbero punirli e basta, estirpando anzi le radici del male che s'impiantano in una ideologia vecchia che vede continuamente nemici. Come si estirpano le radici di quel male? Appunto non parlandone, non facendo un titolo come questi, non dicendo quelle cose in un'intervista. Insomma, tacendone. Non dando loro quello spazio che attualmente viene dato.
Noi avremmo voluto glissare sull'ultimo attentato sventato da Scotland Yard. Invece interveniamo nuovamente, e lo facciamo per deplorare lo spazio dato alla notizia dai media (abbiamo visto intere pagine sulla stampa, un quotidiano come il Corriere interrompere quasi le pubblicazioni Web ecc.ecc.). Vi pare che queste siano cose da enfatizzare? Lo ripeto ancora una volta, e lo dissi già nel luglio 2005: meno date quelle notizie e meglio è per tutti. Esse non fanno che accendere animi già esagitati e in tensione, generandone ancora di più. Se chi legge non ha guida razionale sufficiente, l'odio per gli Stati Uniti lo porterà a imitare quell'azione con le bibite che il giornale gli spiega e allora è il giornale ad aumentare quell'odio. Non dovete dare spazio a queste cose. Hanno sventato un attentato? Bene, era il loro mestiere. Se lo fanno, non riempite inutilmente i media. Addirittura ho letto grafici e disegni che spiegano nei minimi termini il metodo di quell'attentato. Ecco una cosa diseducativa, pazzesca.
3) Affermano che essi intenderebbero restaurare l'età dell'oro del Califfato del VII° secolo.
Se c'è uno che crede di poter riavere 40 anni dopo l'epoca splendida del suo primo rapporto sessuale e cerca di averla uccidendo qualcuno, sarà forse un argomento di cui dibattere? La domanda andrà posta dapprima ai giornalisti, che ospitano spesso queste stupidaggini. Affermano anche che tutti i totalitarismi hanno il culto della morte e si sono ispirati alla violenza. Qui bisognerebbe distinguere l'azione di chi governa una nazione o di chi scrive trenta saggi sull'Islam dal pensiero di chi adopera un Gatorade all'arancia per nascondervi sostanze esplosive e poi compra un biglietto aereo per utilizzarlo. Non vedo un parallelo possibile. Se interrogassimo chi prepara questi attentati, difficilmente potremmo avere dibattiti con loro. Quando nel luglio 2005 vennero poi trovati alcuni degli organizzatori degli attentati di Londra scoprimmo solo che erano 'emarginati sociali'.
4) Affermano che molti intellettuali impugnano categorie storiche e socio-economiche per capire cosa c'è di razionale in questi movimenti contemporanei.
Beh, se fanno questo sbagliano. Intanto, vorrei anche qui distinguere l'azione di una Corte di magistrati da quella di chi studia la storia contemporanea. Sono due cose differenti. Una Corte ha da applicare norme, e se queste prevedono la legittimità di un'azione di resistenza davanti a un esercito (pensiamo alla resistenza di fronte all'esercito Usa, che infrange le leggi internazionali) è giusto salvare anche il dizionario. E' da ciechi non analizzare le violazioni commesse dal governo americano. Se tu invadi senza diritto il mio territorio, io ho il diritto di reagire (e puņ accadere di ucciderti) proprio per difendermi da te. Cos'altro dovrei fare? Ci mancherebbe che tu, essendo ricco e forte, hai il diritto di scorrazzare dove vuoi uccidendo e io non ho quello di difendermi. Non è che un americano in giacca e cravatta possa ordinare in un istante una guerra a 10.000 km. di distanza senza incontrare resistenza. In questi movimenti c'è poco di razionale, ma se essi vengono analizzati in un quadro internazionale dobbiamo porli come soggetti giuridici su un piano di parità con gli eserciti. Mi pare che quella immagine del 1989 con il giovane cinese che si para davanti a un carro armato faccia storia. L'individuo si trova smarrito davanti a una storia contemporanea decisa dai governi con il mezzo costante dell'aggressione, che sia per una causa territoriale (vedi Libano-Israele) o per una democratica (vedi scopo di eliminare Saddam). Io mi pongo ad esempio nei panni di un cittadino dell'Iraq nel primo 2003. Se è vero che egli era governato da un tiranno, è anche vero che chi arriva ad eliminare il tiranno non ha il diritto di sterminare la sua famiglia. Non mi pare che l'interesse pubblico ad eliminare una persona sia prevalente rispetto a quello di salvaguardare le vite umane.
5) Sostengono che quel male è intrinseco all'Islam fin dal principio.
Sarebbe come dire che l'Islamismo anziché una lunga tradizione culturale è solo un'ideologia di violenza. E' proprio il rovesciamento della realtà storica. L'Islam all'inizio ebbe alcuni passaggi coranici che spingevano apparentemente alla violenza proprio per fare affermare quel nuovo culto presso territori incolti o nuovi. Una volta affermatosi, non ne avrebbe più avuto bisogno. E' come se tu dicessi ad uno: "Guarda che all'inizio troverai ostacoli e incomprensione. Dovrai lottare, senza risparmiarti". Ma questo non significa che quell'avviso valga per tutti i secoli dei secoli. Insomma, l'interpretazione di quei passaggi dev'essere fatta con intelligenza. Certo che se lasciamo le nazioni in balia di imam fuori di testa è nella logica delle cose che prima o poi gente spinta da altri problemi ne profitti e si inserisca nel gruppo rovinando l'immagine stessa del culto. A loro dovremo dire non che l'Islam li ha rovinati, ma che non esiste più.
L'esempio più recente risale a qualche ora fa. In Italia una famiglia di Pakistani ha sgozzato una giovane, colpevole solo di voler tradire o rinnegare l'antica tradizione. Succede, anche altrove. Sono casi in cui nostro compito dovrebbe essere quello di strappare queste persone all'ignoranza, e certo se un poco di responsabilità l'ha il Corano che sia spiegato loro anche questo. Ma i danni qui sono affini a quelli patiti da chi prese per 'oro colato' anche la Bibbia. Prima si dirà loro che quei testi non vanno più considerati sacri prima saranno recuperati. Questo si può fare appunto con un trapianto nel loro cervello di una nuova cultura. I rappresentanti di quelle stesse tradizioni (rabbini, imam, sacerdoti) non avrebbero mai potuto farlo, perché anzi giravano facendo propaganda per quei testi.
Se il centro del dibattito fosse il dilemma tra l'ignoranza di un Arabo e quella di un Americano non ho dubbi che la civiltà starebbe sempre nella mente di chi - tra i due - consente un dialogo. Chi non lo consente sarà da definire non tanto 'fascista' quanto 'mancante' di alcune strutture logiche fondamentali. Allora il centro del dibattito è se l'Islam abbia ancora un senso, oggi, e se questo preveda un dialogo. Siccome la risposta è positiva, dovete smettere di identificarlo con chi vi aderisce. Essendo più che altro un collante sociale, oggi la moschea è più un centro di aggregazione che un luogo di sola preghiera. Se in essa gran parte dei presenti si riunisce per pregare o per fare letture dal Corano, è anche vero che in mezzo arrivano sempre degli 'infiltrati' i quali non fanno che propagandare violenza. Ma sono una minoranza, rispetto alla maggioranza sana. Storicamente, io non vedo tutta quella violenza ideologica nell'Islam e nel DNA delle popolazioni arabe. Queste hanno una consuetudine a vedere nemici, questo sì, ma non possiamo collegare caratteri atavici con una presenza di quel culto (che, in quanto tale, non cambia).
Pur essendo favorevole alla sopravvivenza dello Stato di Israele, sono perfino disposto a comprendere l'ira delle popolazioni arabe che lottano contro di esso. Il problema (=quello che direi loro) è che non sono riuscite loro a costituire in quelle zone uno Stato. E non è tutta colpa di Israele, se non vi sono riuscite. Anche qui, torno a dire: cosa c'entra l'Islam? Ricordo che nel volo verso Tel Aviv scambiai un pochino di conversazione con una donna palestinese di mezza età. Mi disse categoricamente: "Non capisco perché ci identificate sempre con l'Islam, in Occidente". E mi fece un segno eloquente, come a dire che da quella parte c'era più che altro odio razziale e non religione.
6) Sostengono che i più efferati omicidi furono dall'inizio di matrice islamica.
Questa è una normale conseguenza del fatto che le lotte di successione erano interne ai governi-califfato. Se anziché l'Islam si fosse affermato presso di loro un culto come quello cristiano, sono sicuro che avremmo avuto le stesse vicende poiché quel popolo - come è naturale - aveva connotati etnici diversi da quelli mediterranei. Dunque, responsabile della violenza non fu l'Islam. Perché non guardate anche alla letteratura araba? Mi dite dove c'è tutta questa violenza nei libri degli autori arabi? Io non la vedo. Sono racconti e novelle con temi affini a quelli di tutte le letterature del mondo. La cultura dell'odio e della morte è di chi ha odio e morte nel cuore, non di chi si dichiara aderente a quel culto. Nessuno gli ha mai chiesto come requisito di odiare l'Occidente, che tra l'altro dà sopravvivenza e lavoro a molti di loro. Io direi che l'odio è nel cuore di chi ha fastidio che alcune nazioni accorcino i termini per la concessione del diritto di cittadinanza. Quanto poi alla lotta comune contro Israele e Usa, essa è soltanto figlia di un cinquantennio di fallimenti delle Nazioni Unite. Se questa organizzazione avesse trovato il modo di spartire quei territori avremmo avuto odio ma non atti di violenze o guerre. Si può detestare il proprio vicino, senza muovergli guerra. Se oggi la fanno ancora, non è certo responsabilità dell'Islam.
Pagina del 14 agosto 2006